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I nostri limiti strutturali.

12 01 12 @ 09:29  silvio.maselli

Ecco di cosa parliamo quando si citano i limiti strutturali del nostro Paese…

E’ partita ufficialmente ieri l’avventura europea di Netflix che, come anticipato da e-duesse (vedi agenzia http://www.e-duesse.it/News/Home-video/Netflix-l-Italia-puo-attendere-117154) esordisce dapprima nei mercati di Gran Bretagna e Irlanda (dovrebbe esserci come successiva tappa la Spagna) entrando in diretta competizione con il suo servizio di streaming con, tra gli altri, Lovefilm e Amazon.
Il servizio è quindi disponibile in Uk al prezzo di 5,99 sterline (in Irlanda 6,99 euro) mensili, tariffa flat che consente di accedere all’offerta di titoli per il VOD. Tra gli studios che hanno siglato un deal con Neflix vi sono Disney UK & Ireland, Lionsgate Uk, MGM, Miramax, NBC Universal, Paramount, Sony Pictures, 20th Century Fox e Viacom.
Come è noto l’Italia, pur essendo considerata un mercato potenzialmente interessante, non rientra nei piani immediati della società guidata da Reed Hastings; certamente il lento sviluppo della Banda Larga frena al momento ogni possibile investimento.

Fonte: e-duesse.it


Analisi sull’esistente

10 01 12 @ 10:51  silvio.maselli

Raccolgo in creative commons questa lunga riflessione di Luca Scandale e ve la inoltro. Va letta.

“Ieri per la prima volta ho visto il Grande Fratello. Ho twettato e seguito su facebook le evoluzioni. Immerso nel nulla cosmico dei social media, ho tradito il talk show a cui sono fedele “L’Infedele”. Una trasmissione anni ‘70. Non guardo più Ballarò, tantomeno Santoro. E confesso neanche Fiorello, né X-factor. Sky, il calcio, il cinema (anche in streaming), non mi fanno sentire la mancanza della politica-pop. Né della tv generalista. Che guardo, come il 90% degli italiani, formando le mie opinioni. Perchè mentre inseguiamo la “coda lunga”, il contagio culturale di massa è ancora in tv.

E il GF è stato “la tv” del 2000. Il tele-voto, il pathos dell’eliminazione, l’affermazione dell’estetica del nulla. In Italia è stato la rappresentazione plastica dell’ “egemonia sotto-culturale” che ha sbattuto Gramsci in soffitta. I reality sono un fenomeno global, ma in Italia la tv pubblica ha inseguito il privato. Avendo –unici al mondo- 7/8 talk-show insieme. Che con “Amici” e “Uomini e Donne” sono la base culturale di una generazione.
L’offerta ha generato domanda nel mercato e nei processi culturali. E il consumo ha provocato addiction (dipendenza). Affetti dal learning by doing, si è appreso consumando e la dipendenza è aumentata. Il consumo di prodotti semifori come il GF ha generato contagio di opinioni. La matrice delle interazioni sociali si è permeata nella visione individuale. E si è trasformata in coscienza collettiva. Il Grande Fratello così ha veicolato un “modello”. In un processo di auto-legittimazione culturale.

Ora però, ascolti alla mano, il GF è in crisi.
Ma è in crisi il “modello”? Si va affermando un modello alternativo di successo nella giovane Italia dei “neet” (not in education, employment or training)? O è in crisi il “mezzo” (la tv)? E quindi il “messaggio”? Ammesso che sia così, non per questo è in crisi il “modello” che sta dietro al messaggio. Oppure banalmente il Grande Fratello è diventato lento? Non genera pathos. Il televoto è stato superato dalla logica “mi piace”. E il GF non mi piace. Perché è cool dirlo. Che non mi piace. Sui social media. Quindi parafrasando una vecchia canzone: facebook killed the tv stars?

No, non è certo la rete che potrà generare dal basso una rivoluzione culturale pari a quella dei reality. Non in Italia perlomeno. Se pensassimo questo dovremmo credere che i prosumer (i consumatori che si fanno produttori) siano meglio dei broadcaster. Ed è qui la trappola della presunta “saggezza della folla”. Se la folla è stata mandata al macello culturale per dieci anni, cosa vi aspettate che produca? Un #occupysticazzi che si squaglia con l’arrivo del primo freddo. O un Teatro Valle con Guzzanti e Germano. I neuroni ora sono a specchio sul web: riflettono quel “modello” anche tra gli indignati contro il GF.
Infatti, come recenti ricerche dimostrano, la rete tende ad appiattire, conformare, semplificare. Quando invece oggi occorre complessità. In rete la saggezza della folla non vale perché ci si omologa. E il contagio delle opinioni è basato sugli “amici”. Se non la pensi come me, alla fine ti cancello. E se voglio dire “non mi piace” non posso dirlo con un tasto. Se “mi piace” invece si.

Le rivoluzioni culturali, perché di questo ci sarebbe bisogno, invece, la fanno le idee, non i tweet. Le rivoluzioni sono coscienze collettive in movimento, mosse dalle idee. Nelle reti sociali si vive di “esperienze”. Che hanno una forza debole rispetto dalle “idee”. Quelli che guardano il GF sono una comunità. Hanno legami forti, dei valori condivisi. Invece dall’altra parte, in rete, vincono i pensieri e i legami deboli. C’è molta più appartenenza nella community del GF, c’è vera empatia col successo di chi entra nella casa. Che non nella massa informe in rete che contemporaneamente guarda la tv (appunto) o è intenta a fare self-marketing postando qua e là foto, video e altre amenità.

Per questo gli indigados de noiartri invece che inseguire il “modello” GF, dovrebbero provare a creare una “coscienza collettiva”, puntare al trasferimento di conoscenza e di valori, alla costruzione di pensieri forti e di coscienza di “classe”. Anche perché se è vero che una generazione non è una classe per definizione. E’ altrettanto vero che in questa fase storica in parte lo è, e certamente non è solo un target da aggredire nel mercato della politica, parlando un linguaggio che sia comprensibile. Cioè semplice, rapido, banale, al più divertente, purchè frutti nell’immediato un risultato. Perchè altrimenti anche quelli che si oppongono culturalmente al GF rischiano di diventarne lo specchio, in una nemesi tra politica-pop, tv, cinema e star system, che scimmiotta l’originale senza averne la forza evocativa e il pensiero forte.

Ed è questo il limite della forma liquida della politica e dei partiti che oggi non a caso godono della fiducia di 4 italiani su 100. E ci scommetterei di 0 su 100 nei giovani che guardano il GF o che si indignano. Perché sussumendo i valori “estetici” dominanti, li hanno fatti propri nel leaderismo o nel parlare facile, nello “smacchiare i giaguari” o nel “che c’azzecca”. Se fa così, la politica si butta all’inseguimento di una generazione senza coglierne la portata culturale. Dentro le prime crepe del Movimento 5 Stelle, sul danaro e sulla rappresentanza (sic!), c’è uno spazio nuovo per chi vuol parlare a questa generazione. La retorica anti-casta infatti è destinata a sfiorire con la vittoria stessa di questi movimenti. Per questo nutro ancora una speranza: basta riprendere con forza le trame di un pensiero forte. Purchè non sia come filare e non tessere. Inseguire cioè una generazione banalizzando i messaggi, sarebbe come avere e non essere.

Occorre invece tessere una trama intra-generazionale e inter-generazionale, per evitare che in Italia anche fra vent’anni vinca la “peggiocrazia”. Tra gli eredi del GF e i satiri delle tv, saranno classe dirigente solo quelli che avevano un posto garantito dai genitori. E gli altri che non studiano né cercano lavoro, resteranno per sempre a guardare il dito e non la luna. Saranno il loro pubblico pagante, pronti a votare per un leader forte, fortissimo, purchè telegenico e social-mediatico. Se in questa aporia, nessuno sarà in grado di produrre un nuovo “modello” di successo. Allora i “peggiocrati” avranno ancora la meglio. Sono già qui, dietro l’angolo pronti a governare tra qualche anno. Quelli che si sono salvati al momento, sono i 2 milioni di Italiani di under 35 che se sono andati dall’Italia, dal 2000 ad oggi. Loro il Grande Fratello se lo sono scansato. E hanno lasciato a noi, il gusto amaro della lotta in salita contro i mulini a vento.”

Fonte: http://www.go-bari.it/notizie/editoriale/5785-il-grande-fratello-e-la-peggiocrazia-che-ci-aspetta.html


Un mondo di innovatori

09 01 12 @ 08:42  silvio.maselli

Il mondo delle film commission è vivo e si nutre quotidianamente di buone idee, come questa dei nostri ottimi colleghi friulani.

La Friuli Venezia Giulia Film Commission ha lanciato “Il cinema in salotto”, un’iniziativa che permette agli abitanti del Friuli Venezia Giulia di mettere a disposizione la propria casa, ufficio o esercizio commerciale come possibile set per una produzione cinematografica.
Basta inviare un massimo di dieci fotografie e chiedere che vengano inserite nell’archivio location a disposizione delle produzioni, senza impegno da entrambe le parti. Non ci sono limiti di metratura, a patto che non si tratti di appartamenti o stanze troppo piccole perché, oltre allo spazio di scena, va sempre calcolato quello per la troupe al lavoro.
Le immagini saranno utilizzate dalla Film Commission per proporre, senza scopo di lucro, la location alle produzioni cine-televisive che girano in Friuli Venezia Giulia e quindi creare il contatto con la produzione. Le foto inviate non saranno mai messe online.
Per maggiori informazioni: 
www.fvgfilmcommission.com
info@fvgfilmcommission.com


A Roma bel pasticcio. No comment.

02 01 12 @ 09:44  silvio.maselli

DOPO ZINGARETTI, IL PD LANCIA GOFFREDO BETTINI CONTRO MULLER 

Sento il dovere di intervenire circa il Festival del Cinema di Roma, avendolo insieme con Veltroni, fondato e poi diretto, come presidente, nei suoi primi tre anni di vita. È stata l’esperienza più bella della mia vita: grazie a un gruppo di professionisti straordinari si è costruito da zero un evento culturale tra i più importanti nel mondo. Tuttavia, ci toccò contrastare veti, diffidenze e volgarità. Un po’ in solitudine: tutto, infatti, si è realizzato con risorse locali e con un autofinanziamento che nessun altro festival può vantare.
Per preservare questo gioiello, immediatamente dopo la vittoria di Alemanno, decisi di lasciare il mio incarico. Era evidente l’imbarazzo politico mio e del sindaco. Chiesi solo il rispetto per un patrimonio ormai di tutti. Rispetto che, fino a qualche giorno fa, in verità c’è stato. Così nel corso degli ultimi anni si sono rasserenati gli animi e le collaborazioni intrecciate positivamente. Grazie anche a tante persone di buona volontà (oltre la sinistra) che hanno facilitato il dialogo: Giampaolo Letta, Andrea Mondello, Salvo Nastasi e altri amici del festival.
Tutto quindi ci si poteva aspettare, tranne un colpo di mano, che produce scasso e prepotenza. Scasso: perché è impensabile decidere un nuovo direttore artistico all’insaputa del presidente Rondi, che è il solo titolato ad avanzare la proposta nel cda e che già pubblicamente si è espresso per la riconferma della sua squadra; così come è impensabile concertare la designazione in una riunione (di partito?) tra soli due soci, escludendo tutti, compreso il presidente della provincia Zingaretti che, in proporzione alle sue disponibilità, dà un contributo assai rilevante alla manifestazione. Vi immaginate il governatore del Veneto che impone il direttore della Mostra di Venezia?
Ma, anche, prepotenza. Perché qui non si sta discutendo sulle capacità di Müller. Qui prima di tutto si sta decidendo di rimuovere una delle più brave professioniste italiane, senza averle dato minimamente la possibilità di esprimere le sue idee per il futuro e di resocontare i risultati ottenuti. Stiamo parlando di Piera Detassis, la quale con sobrietà, pazienza, tenacia, intelligenza e signorilità (dote poco apprezzata nelle stanze della presidente Polverini) ha costruito pezzo per pezzo, e in armonia, l’edificio del festival.

Si è detto: ma quest’anno è emerso un deficit di 1.300.000 euro. E’ una vera vigliaccata attaccare con questo falso argomento: il ministro Galan ha dimezzato il già esiguo contributo governativo; gli sponsor privati (di cui vive il festival) hanno risentito inevitabilmente di una crisi drammatica; la regione tanto attiva sugli organigrammi, dal 2009 non versa 3 milioni del suo contributo dovuto determinando così pesantissimi interessi passivi. Rondi e il direttore generale Francesca Via, hanno, in realtà, già fatto miracoli tagliando 5 milioni di uscite rispetto al passato.
Infine, la mia opinione su Müller. Non discuto le sue doti. Discuto l’opportunità di metterlo al posto della Detassis. Le idee che ha espresso (sentendosi già inelegantemente direttore artistico) sono, al netto di un po’ di fumo, esattamente quello che ha fatto e può fare di più il Festival di Roma; la sua cifra alternativa a Venezia per la quale anch’io mi sono tanto battuto. Così come è sconcertante (cito ancora la Polverini) sostenere che Müller garantirà un rango internazionale all’evento; il quale, fin dalla prima edizione si è affermato come una grande vetrina mondiale.
Insomma il mio timore, è invece, che Müller dopo aver consumato rotture difficilmente sanabili prima con Roma e poi con Venezia, porti una carica di conflittualità e di rivalsa assai dannosa. Non so come andrà a finire. Se Rondi verrà epurato. Se i membri a dir poco perplessi del cda verranno coartati. Se la provincia sarà costretta a prendere atto della sua esclusione totale. Non mi pare scontato. Vedremo. I rapporti di forza sono quelli che sono. E la destra, anche sul cinema pare ragionare come su tutte le altre aziende: da padrona. Ma i rapporti di forza non sono eterni. (Goffredo Bettini)

2- LETTERA A DAGOSPIA CONTRO GOFFREDO BETTINI

1- Goffredo Bettini è sceso in campo dopo un silenzio di anni per difendere la nomina della Detassis motivandola come una lotta di principio e di merito contro i soprusi della destra.
La verità è che l’entrata in scena della Polverini, con la candidatura di Muller, ha completamente sconvolto il disegno di Bettini, il quale contava di far riconfermare Rondi per un anno in maniera tale che la carica di presidente si fosse resa disponibile l’anno successivo in concomitanza con le date per l’elezione del sindaco, cosicchè, in caso di vittoria di Zingaretti, che è cresciuto ed è stato designato come candidato alla Provincia nell’entourage di Bettini, lo stesso Bettini avrebbe potuto aspirare al ritorno alla Presidenza del Festival che dovette lasciare dopo la vittoria di Alemanno.
Non solo la politica. Ma molti sanno che Bettini sta difendendo strenuamente interessi molto particolari: la sorella, Fabia, infatti, è consulente della Detassis che la nominò in questo ruolo dopo essere stata nominata direttore: l’azzeramento voluto da Alemanno, come è evidente, lascerebbe a casa tutte le collaborazioni legate alle attuali cariche. Compresa quella di curatore della sezione Alice, Gianluca Giannelli, marito di Fabia e cognato di Bettini: quest’ ultimo ha provveduto a piazzare nel festival, proprio come il più tradizionale politico di destra, molte persone a lui legate da vincolo familiare.
In Inghilterra, in Francia e in Germania, permetterebbero mai ad un politico di entrare così pesantemente in gioco se legato da rapporti di parentela cosi stretti con membri coinvolti in una istituzione oggetto di tale polemica? Il conflitto di interessi, non era un tratto caratteristico della destra? Ed è anche questa la ragione per la quale la posizione ufficiale del PD appare assai più sfumata su Muller, esprimendo anche un certo imbarazzo per le posizioni così polemiche di Bettini e del PD romano che ha trasformato il più brillante e avanguardista Direttore della Biennale, ovvero Muller, in un rappresentante della destra e Rondi e Detassis (che dirige un mensile della Mondadori, “Ciak”), in campioni della sinistra?
2- Ora la sinistra difende il lavoro della Detassis ma tutti sanno, e hanno scritto, che il concorso internazionale del Festival di Roma è sempre stato la sezione più debole e discutibile (tanto che la giuria internazionale, quest’ anno, si è lamentata per il basso livello della selezione: Morricone se ne è dovuto fare portavoce). E’ questa la vera ragione per la quale il lavoro della Detassis viene considerato largamente insufficiente sia dai soci sia da tutti gli operatori specializzati, mentre il prestigio di Muller viene comprensibilmente ritenuto un fattore decisivo per elevare il livello del concorso, responsabilità della Detassis, le cui performance sono stati insufficienti e stentate in tutti i suoi tre anni di direzione.
3- Tutto questo disegna un panorama della sinistra che conferma mancanza di lucidità, scarsissimo coordinamento interno, progetti dettati unicamente da ambizioni personali, interessi familiari e calcoli politici. L’ultima cosa che interessa a questa sinistra è la cultura: possibile che nessun membro di livello, da Bersani in giù, abbia pensato di intervenire in quella che Bettini ha trasformato in una guerra personale, locale e provinciale?
(Ignoto)

Fonte: http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/1-il-futuro-del-festival-del-cinema-di-roma-si-sta-trasformando-in-guerra-33872.htm


Senza commento

02 01 12 @ 09:47  silvio.maselli

DOPO ZINGARETTI, IL PD LANCIA GOFFREDO BETTINI CONTRO MULLER 

Sento il dovere di intervenire circa il Festival del Cinema di Roma, avendolo insieme con Veltroni, fondato e poi diretto, come presidente, nei suoi primi tre anni di vita. È stata l’esperienza più bella della mia vita: grazie a un gruppo di professionisti straordinari si è costruito da zero un evento culturale tra i più importanti nel mondo. Tuttavia, ci toccò contrastare veti, diffidenze e volgarità. Un po’ in solitudine: tutto, infatti, si è realizzato con risorse locali e con un autofinanziamento che nessun altro festival può vantare.
Per preservare questo gioiello, immediatamente dopo la vittoria di Alemanno, decisi di lasciare il mio incarico. Era evidente l’imbarazzo politico mio e del sindaco. Chiesi solo il rispetto per un patrimonio ormai di tutti. Rispetto che, fino a qualche giorno fa, in verità c’è stato. Così nel corso degli ultimi anni si sono rasserenati gli animi e le collaborazioni intrecciate positivamente. Grazie anche a tante persone di buona volontà (oltre la sinistra) che hanno facilitato il dialogo: Giampaolo Letta, Andrea Mondello, Salvo Nastasi e altri amici del festival.
Tutto quindi ci si poteva aspettare, tranne un colpo di mano, che produce scasso e prepotenza. Scasso: perché è impensabile decidere un nuovo direttore artistico all’insaputa del presidente Rondi, che è il solo titolato ad avanzare la proposta nel cda e che già pubblicamente si è espresso per la riconferma della sua squadra; così come è impensabile concertare la designazione in una riunione (di partito?) tra soli due soci, escludendo tutti, compreso il presidente della provincia Zingaretti che, in proporzione alle sue disponibilità, dà un contributo assai rilevante alla manifestazione. Vi immaginate il governatore del Veneto che impone il direttore della Mostra di Venezia?
Ma, anche, prepotenza. Perché qui non si sta discutendo sulle capacità di Müller. Qui prima di tutto si sta decidendo di rimuovere una delle più brave professioniste italiane, senza averle dato minimamente la possibilità di esprimere le sue idee per il futuro e di resocontare i risultati ottenuti. Stiamo parlando di Piera Detassis, la quale con sobrietà, pazienza, tenacia, intelligenza e signorilità (dote poco apprezzata nelle stanze della presidente Polverini) ha costruito pezzo per pezzo, e in armonia, l’edificio del festival.

Si è detto: ma quest’anno è emerso un deficit di 1.300.000 euro. E’ una vera vigliaccata attaccare con questo falso argomento: il ministro Galan ha dimezzato il già esiguo contributo governativo; gli sponsor privati (di cui vive il festival) hanno risentito inevitabilmente di una crisi drammatica; la regione tanto attiva sugli organigrammi, dal 2009 non versa 3 milioni del suo contributo dovuto determinando così pesantissimi interessi passivi. Rondi e il direttore generale Francesca Via, hanno, in realtà, già fatto miracoli tagliando 5 milioni di uscite rispetto al passato.
Infine, la mia opinione su Müller. Non discuto le sue doti. Discuto l’opportunità di metterlo al posto della Detassis. Le idee che ha espresso (sentendosi già inelegantemente direttore artistico) sono, al netto di un po’ di fumo, esattamente quello che ha fatto e può fare di più il Festival di Roma; la sua cifra alternativa a Venezia per la quale anch’io mi sono tanto battuto. Così come è sconcertante (cito ancora la Polverini) sostenere che Müller garantirà un rango internazionale all’evento; il quale, fin dalla prima edizione si è affermato come una grande vetrina mondiale.
Insomma il mio timore, è invece, che Müller dopo aver consumato rotture difficilmente sanabili prima con Roma e poi con Venezia, porti una carica di conflittualità e di rivalsa assai dannosa. Non so come andrà a finire. Se Rondi verrà epurato. Se i membri a dir poco perplessi del cda verranno coartati. Se la provincia sarà costretta a prendere atto della sua esclusione totale. Non mi pare scontato. Vedremo. I rapporti di forza sono quelli che sono. E la destra, anche sul cinema pare ragionare come su tutte le altre aziende: da padrona. Ma i rapporti di forza non sono eterni. (Goffredo Bettini)

2- LETTERA A DAGOSPIA CONTRO GOFFREDO BETTINI

1- Goffredo Bettini è sceso in campo dopo un silenzio di anni per difendere la nomina della Detassis motivandola come una lotta di principio e di merito contro i soprusi della destra.
La verità è che l’entrata in scena della Polverini, con la candidatura di Muller, ha completamente sconvolto il disegno di Bettini, il quale contava di far riconfermare Rondi per un anno in maniera tale che la carica di presidente si fosse resa disponibile l’anno successivo in concomitanza con le date per l’elezione del sindaco, cosicchè, in caso di vittoria di Zingaretti, che è cresciuto ed è stato designato come candidato alla Provincia nell’entourage di Bettini, lo stesso Bettini avrebbe potuto aspirare al ritorno alla Presidenza del Festival che dovette lasciare dopo la vittoria di Alemanno.
Non solo la politica. Ma molti sanno che Bettini sta difendendo strenuamente interessi molto particolari: la sorella, Fabia, infatti, è consulente della Detassis che la nominò in questo ruolo dopo essere stata nominata direttore: l’azzeramento voluto da Alemanno, come è evidente, lascerebbe a casa tutte le collaborazioni legate alle attuali cariche. Compresa quella di curatore della sezione Alice, Gianluca Giannelli, marito di Fabia e cognato di Bettini: quest’ ultimo ha provveduto a piazzare nel festival, proprio come il più tradizionale politico di destra, molte persone a lui legate da vincolo familiare.
In Inghilterra, in Francia e in Germania, permetterebbero mai ad un politico di entrare così pesantemente in gioco se legato da rapporti di parentela cosi stretti con membri coinvolti in una istituzione oggetto di tale polemica? Il conflitto di interessi, non era un tratto caratteristico della destra? Ed è anche questa la ragione per la quale la posizione ufficiale del PD appare assai più sfumata su Muller, esprimendo anche un certo imbarazzo per le posizioni così polemiche di Bettini e del PD romano che ha trasformato il più brillante e avanguardista Direttore della Biennale, ovvero Muller, in un rappresentante della destra e Rondi e Detassis (che dirige un mensile della Mondadori, “Ciak”), in campioni della sinistra?
2- Ora la sinistra difende il lavoro della Detassis ma tutti sanno, e hanno scritto, che il concorso internazionale del Festival di Roma è sempre stato la sezione più debole e discutibile (tanto che la giuria internazionale, quest’ anno, si è lamentata per il basso livello della selezione: Morricone se ne è dovuto fare portavoce). E’ questa la vera ragione per la quale il lavoro della Detassis viene considerato largamente insufficiente sia dai soci sia da tutti gli operatori specializzati, mentre il prestigio di Muller viene comprensibilmente ritenuto un fattore decisivo per elevare il livello del concorso, responsabilità della Detassis, le cui performance sono stati insufficienti e stentate in tutti i suoi tre anni di direzione.
3- Tutto questo disegna un panorama della sinistra che conferma mancanza di lucidità, scarsissimo coordinamento interno, progetti dettati unicamente da ambizioni personali, interessi familiari e calcoli politici. L’ultima cosa che interessa a questa sinistra è la cultura: possibile che nessun membro di livello, da Bersani in giù, abbia pensato di intervenire in quella che Bettini ha trasformato in una guerra personale, locale e provinciale?
(Ignoto)

Fonte: http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/1-il-futuro-del-festival-del-cinema-di-roma-si-sta-trasformando-in-guerra-33872.htm


Un mestiere bello e difficile.

01 01 12 @ 08:21  silvio.maselli

Fare il mestiere di film commissioner è un’esperienza appagante per chi ama il cinema e l’approccio manageriale, organizzativo e industriale al servizio di un’arte così complessa e dispendiosa come la settima musa.
Tuttavia a volte diventa davvero complicato resistere alla tentazione di mandare tutti al diavolo, soprattutto dinanzi alla protervia di politici ignoranti (nel senso letterale: che ignorano) o alla vacuità di certi dibattiti assurdi come quello che sta coinvolgendo i nostri colleghi friulani.
Al loro Presidente va tutta la nostra amicizia e solidarietà.
Coraggio Fede, porta pazienza, perché non sanno quello che fanno!

Fonte: e-duesse.it

Sta facendo discutere un ordine del giorno presentato da trenta consiglieri regionali del Friuli Venezia Giulia che hanno invitato a non concedere finanziamenti regionali a La Bella addormentata, il film di Marco Bellocchio che ha sullo sfondo la vicenda di Eluana Englaro morta tre anni fa dopo diciassette anni di stato vegetativo. Ha commentato il presidente della commissione cultura regionale Piero Camber (Pdl): “Che il Friuli Venezia Giulia venga etichettato come la regione del caso Englaro, non porta a nulla. Sarebbe corretto rispettare in silenzio quanto è accaduto”. Immediata la replica di Riccardo Tozzi che produce il film con Cattleya: “Negare il finanziamento al film di Marco Bellocchio – dichiara Tozzi a la Repubblica – significherebbe andare contro la legge e forse anche contro la Costituzione. Quella della Giunta è stata una presa di posizione preventiva su un film di cui nessuno dei partecipanti sa nulla, sono sicuro che si ricrederanno. Quello che conta è il parere della film commission”. Il film, le cui riprese sono previste a fine gennaio, vede nel cast Toni Servillo, Alba Rohrwacher, Michele Riondino e Piergiorgio Bellocchio e racconta tre storie che si svolgono nel clima degli ultimi giorni di vita di Eluana Englaro.

“La casa di produzione Cattleya non ha al momento presentato richiesta di finanziamento al FVG Film Fund”. Le polemiche sul film di Marco Bellocchio, Bella addormentata (si veda agenzia: http://www.e-duesse.it/News/Cinema/Il-Friuli-non-vuole-finanziare-il-film-di-Bellocchio-su-Eluana-Englaro-125266), hanno provocato una risposta ufficiale da Federico Poillucci, presidente di Friuli Venezia Giulia Film Commission, con riferimento all’ordine del giorno collegato con il DDL 148 A “Legge Finanziaria 2012″, che il Consiglio Regionale FVG ha votato nei giorni scorsi e che è stato successivamente ripreso dalla stampa locale e nazionale”. Nel comunicato ufficiale si precisa tra l’altro che qualora tale richiesta fosse presentata, sarebbe il preposto organismo regionale (ovvero un apposito comitato tecnico, come previsto da regolamento attuativo della legge stessa) a valutare l’opera candidata secondo i criteri espressi dalla legge e dal relativo regolamento; e non la Film Commission, titolare solo della fase istruttoria. Poillucci ricorda inoltre che i criteri generali riguardano “attrazione di iniziativa imprenditoriale sul territorio, con relativo indotto economico; incentivazione dell’occupazione di maestranze locali; sviluppo dell’economia; promozione e valorizzazione del territorio”, mentre quelli specifici della valutazione comparata (secondo punteggio e graduatoria) del Comitato tecnico sono pertinenza in relazione alla promozione del territorio regionale, originalità e carattere innovativo, efficacia, fattibilità, qualità del soggetto, della sceneggiatura e di ogni altra caratteristica dell’opera, ricadute economiche sul territorio regionale anche in termini di incentivazione dei flussi turistici e di occupazione delle maestranze locali.
Oltre ai curricula di regista e casa di produzione, che sono ovviamente di tutto rispetto. “La legge regionale – continua Poillucci – che l’ordine del giorno in oggetto mette addirittura in dubbio circa alla sua liceità complessiva, non disciplina solo il Film Fund e l’attività della Film Commission, ma è un provvedimento regionale ‘per la promozione, la valorizzazione del patrimonio e della cultura cinematografica, per lo sviluppo delle produzioni audiovisive e per la localizzazione delle sale cinematografiche nel Friuli Venezia Giulia’ e in quanto tale disciplina la materia tout court (festival, mediateche, cineteche, formazione, produzione, sale, ecc.)”. Tale legge è stata modificata, e quindi di fatto riapprovata, il 27 ottobre 2010. Infine, oltre a citare le notevoli ricadute sul territorio del Film Fund regionale, il presidente della Friuli Venezia Giulia Film Commission fa presente che il film di Bellocchio “non è un film su Eluana Englaro. Peraltro, se anche lo fosse, esso verrebbe parimenti valutato secondo i criteri sovraesposti”.


Che anno sarà?

01 01 12 @ 08:14  silvio.maselli

Che anno sarà, dal punto di vista produttivo, il 2012?
La risposta può limitarsi a questo lancio di agenzia. Si può ben capire che i produttori avranno sempre meno risorse e dovranno faticare non poco a metterle insieme per completare i budget.
Dunque noi film commission e fondi regionali e locali diventeremo ancora più importanti.
E dovremo aprire, ancor di più, gli occhi.

Nella riunione del 22 dicembre, la Commissione per la Cinematografia della Direzione Generale Cinema del Ministero per i Beni e le Attività Culturali ha riconosciuto di interesse culturale 9 lungometraggi. Di questi, i film che hanno ricevuto oltre il riconoscimento dell’interesse culturale anche un finanziamento sono: ‘Romanzo di una strage - Il segreto di Piazza Fontana’ di Marco Tullio Giordana (800mila euro), ‘Vanità’ di Giorgio Diritti (700mila euro), ‘Cha Cha Cha’ di Marco Risi (700mila euro), ‘Anita B.’ di Roberto Faenza (600mila euro), ‘La scoperta dell’alba’ di Susanna Nicchiarelli (550mila euro), ‘Il futuro’ di Alicia Scherson (150mila euro). Tre invece i film solo riconosciuti di interesse culturale: ‘The Bald Hairdresser’ di Susanne Bier, ‘La nave dolce’ di Daniele Vicari e ‘Big House’ di Matteo Garrone. Due i titoli il cui ricoscimento dell’interesse culturale è da confermare a visione della copia campione: ‘Com’è bello far l’amore’ di Fausto Brizzi e ‘Asterix e Obelix - Dio salvi la Britannia’ di Laurent Tirard. Sono stati inoltre resi noti i verdetti della riunione del 21 dicembre della Commissione per la Cinematografia sui progetti di opere prime e seconde e di cortometraggio presentati entro il 15 maggio (seconda sessione 2011) e su quelli presentati entro il 15 settembre (terza sessione 2011). Della seconda sessione sono stati scelti: ‘Acab’ di Stefano Sollima (finanziato con 200mila euro), ‘Vi perdono’ di Valeria Golino (200mila euro), ‘A volte la neve scende a giugno’ di Benedetta Pontellini (200mila euro), ‘Italo’ di Alessia Scarso (200mila euro), ‘Il mondo fino in fondo’ di Alessandro Lunardelli (200mila euro), ‘Trovate “La Roma”’ di Francesco Scavelli (200mila euro), ‘Lucy in the sky’ di Giuseppe Petitto (200mila euro), ‘Più buio di mezzanotte non può fare’ di Sebastiano Riso (200mila euro), ‘Acciaio’ di Stefano Mordini (150mila euro), ‘Albamia’ di Enrico Iacovoni (150mila euro), ‘Il Sud è niente’ di Fabio Mollo (150mila euro), ‘Il venditore di medicine’ di Antonio Morabito (150mila euro), ‘La mia amica Greta’ di Fabio Campus (150mila euro), ‘L’Africa di Pasolini (Pasolini in Marocco)’ di Hamid Basguit e Stefano Alleva (150mila euro), ‘Ti stimo fratello’ di Giovanni Vernia e Paolo Uzzi (solo interesse culturale). Per la terza sessione, le opere prime e seconde approvate sono: ‘100 metri dal Paradiso’ di Raffaele Verzillo (200mila euro), ‘L’amore è imperfetto’ di Francesca Muci (200mila euro), ‘Roman e il suo cucciolo’ di Alessandro Gassman (200mila euro), ‘Senza nessuna pietà’ di Michele Alhaique (200mila euro), ‘Take five’ di Guido Lombardi (200mila euro), ‘Ada, mia sorella’ di Massimiliano Croci (150mila euro), ‘Benur’ di Massimo Esposito in arte Andrei (150mila euro), ‘Il quinto sapore’ di Francesco Bonelli (150mila euro), ‘Il ragazzo che brucia’ di Filippo Soldi (150mila euro), ‘La mafia uccide solo d’estate’ di Pierfrancesco Diliberto (150mila euro), ‘Non c’è problema’ di Paolo Ruffini (150mila euro), ‘Ricorda: il tuo secondo nome è Libera’ di Maria Cristina Leonetti (150mila euro), Sangue sparso di Emma Moriconi (150mila euro), ‘Voglio un mondo rosa shokking’ di Milena Cocozza (150mila euro), ‘Il mistero di Aquileia’ di Guglielmo Zanette (100mila euro), ‘Vitriol’ di Francesco Afro De Falco (50mila euro), ‘L’ultima spiaggia’ di Gianluca Ansanelli (solo interesse culturale), ‘Fb’ di Giovanni Virgilio (solo interesse culturale).


Enti privati, pubblici disservizi.

29 12 11 @ 05:53  silvio.maselli

Approfondire, studiare, capire la realtà è il compito primo di chi ama i beni pubblici. Di chi ama il prossimo come se stesso, si potrebbe dire.

Sull’onda dell’emozione qualche giorno fa ho scritto della difficoltà che incontrano i cittadini del meridione, per spostarsi – anche di pochi chilometri – per lavoro. Cioè per la vita.
Il giorno dopo Michele Santoro ha dedicato un’intera trasmissione ai temi dello spostamento su rotaia, raccontando come il nostro paese sia spezzato in due. Nord ricco e connesso, Sud disperatamente alla deriva.

Tuttavia si è trattato di due approcci, appunto, emozionali e non razionali.

L’assenza nella trasmissione dell’AD di Ferrovie dello Stato Italiane SpA ha impedito un approfondimento oggettivo e dunque, anche grazie ad uno dei miei più cari amici, ingegnere ferroviario, con il quale disquisisco spesso di storie su rotaie (la mia passione di bambino: costruir binari e collezionare trenini elettrici!), ho approfondito un po’ di più il tema, complici le ferie natalizie.

La domanda è: perché un’azienda controllata al 100% dal Tesoro, cioè dallo Stato Italiano, si rifiuta di gestire tratte ritenute sconvenienti economicamente, al punto da cancellare treni storici (il Palermo – Milano, il Lecce – Roma), o di ridimensionare pesantemente le tratte locali, scaricando sulla società un costo inaccettabile in termini di maggiore inquinamento, difficoltà drammatiche negli spostamenti, inenarrabili sacrifici dei pendolari?
E perché una società per azioni pubblica fa tutto questo senza che altri concorrenti privati (Montezemolo con la sua NTV, per esempio o il gruppo Toto) investano in quelle tratte, sostituendosi quindi al monopolio ex pubblico? Che fine ha fatto la tanto acclamata concorrenza, di cui la mia generazione ha subìto l’ossessiva narrazione negli anni novanta e duemila?

La risposta è semplicissima e la dico così: perché il pesce puzza sempre dalla testa!

Io non trovo simpatico il signor Mauro Moretti: il suo sorriso beffardo, il suo presenzialismo, le inaugurazioni dei treni veloci a favore di camera accanto all’ex Premier miliardario. No, Moretti non è mai riuscito a convincermi.
Tuttavia non penso che sia un sadico pazzo.

Egli risponde alla logica delle regole impostegli dalla legge e dal suo CdA, nel quale siedono Lamberto Cardia (quale Presidente), Clemente Carta, Stefano Scalera e Paolo Baratta.
Tralascio ogni puntuale descrizione di ciascuno dei componenti il CdA e mi soffermo solo su quello di Baratta, conoscenza diretta degli amici del cinema, essendo il Presidente della Fondazione Biennale di Venezia, ma anche consigliere di amministrazione di Telecom Italia (si rifletta a lungo sul punto, soprattutto in considerazione dell’assenza in Italia di una legge che costringa le aziende dei comparti TLC e ICT a sostenere l’audiovisivo quale “eccezione culturale”, se vorrete ci ritorneremo) ed ex Ministro nei governi Amato (con delega alle Privatizzazioni, sic!), Ciampi (Commercio estero e poi Industria), Dini (Ambiente e Lavori Pubblici). Insomma uno dei tanti collezionatori di consigli d’amministrazione del nostro sciagurato paese.

E’ alla legge, allora, che occorre guardare per capirci qualcosa.
Le Ferrovie italiane statali nacquero ufficialmente nel 1905 durante l’era giolittiana. Subito dopo il crollo del regime fascista e la fine della guerra, nel 1945 divennero un’Azienda Autonoma delle Ferrovie dello Stato, controllata dai Trasporti e, dal primo gennaio del 1986, venne poi trasformata in “ente pubblico economico”.

L’ente pubblico economico è un ente pubblico dotato di propria personalità giuridica, proprio patrimonio e personale dipendente, inquadrato tramite contratti di diritto privato ed è separato dall’apparato burocratico della PA per avere maggiore flessibilità al cambiamento e svolgere attività commerciali. Il vincolo con la PA rimane perché gli organi di governo sono nominati in tutto o in parte dai Ministeri (o dalle PA competenti) e agli stessi spetta un compito d’indirizzo e vigilanza.

Il passaggio successivo, prevedibile e meccanico è alla società per azioni, avvenuta nell’agosto del 1992.

Oggi le Ferrovie dello Stato Italiane SpA sono proprietarie di Rete ferroviaria italiana (RFI, cioè i binari e le infrastrutture su e grazie a cui viaggiano i treni di tutte le compagnie); Trenitalia che gestisce il trasporto merci e passeggeri; Grandi Stazioni che gestisce le 13 principali stazioni nazionali; Centostazioni che ha il compito di ristrutturare e gestire 103 stazioni e di molte altre società, anche estere!

Si capisce allora l’operazione che ha fatto la politica italiana negli anni ’90, sull’onda dell’emozione (ah, quanti danni fa l’emozione!) per “mani pulite”?

L’ente pubblico economico era ritenuto troppo opaco: le assunzioni, pur dovendo avvenire tramite bando pubblico, erano guidate dalle correnti della DC, del PSI e degli altri partiti che riuscivano a partecipare alla spartizione. Le FS dei primi anni ’90 erano un ente pubblico da ben 200.000 dipendenti, una torta enorme da dividersi.

E allora che fece la politica? E cosa fa oggi?

Inventa un gioco formalmente pulito, sostanzialmente inquietante: le Società per Azioni pubbliche cui trasferire ogni potere e risorsa, da controllare tramite i CdA lottizzati e i “contratti di servizio pubblici”, libere di assumere senza concorso pubblico (e dunque ancora più facilmente utilizzabili per clientele sordide e nascoste) e assetate di accordi con le regioni italiane alla ricerca di un business del bisogno che fa orrore.

Sono le privatizzazioni italiane. Attenzione: non liberalizzazioni, ma privatizzazioni. Fittizie oppure strumenti nelle mani della politica per dominare interi pezzi di consenso e di sostegno finanziario (vedasi la vicenda Alitalia con la “bad company” affidata allo Stato e la “good company” regalata a francesi e imprenditori vicini, troppo vicini a Berlusconi).

Ritenete sia la mia personale opinione vero? Un punto di vista partigiano e di sinistra?

Analizziamo insieme le entrate del gruppo Ferrovie dello Stato Italiane SpA che nel complesso sono di 8,06 miliardi di euro nel 2010 come si può leggere sul loro sito nel “Rapporto annuale di Bilancio 2010″:

- 2,86 MLD: traffico viaggiatori
- 1,94 MLD: contratti di servizio con le regioni
- 1,04 MLD: servizi di infrastruttura
- 790 Mln: traffico merci
- 770 Mln: altri proventi
- 546 Mln: contratto di servizio pubblico con lo Stato
- 99 Mln altri ricavi da servizi.

Capite ora qual è il loro gioco?

Le Ferrovie dello Stato vivono di soldi delle regioni (ben il 25% delle entrate). Se queste ultime vedono ridotti i trasferimenti dallo Stato centrale, come avviene ormai da tre anni, non possono sostenere i costi del contratto di servizio per il TPL, il trasporto pubblico locale, che in teoria – ripeto, in teoria – andrebbe affidato tramite gara pubblica, sì che possa vincerlo anche un competitor delle FSI e allargare la platea dei soggetti che offrono servizi pubblici sostenuti da risorse pubbliche.

Il dubbio mi è venuto quando Moretti ha quasi letteralmente detto che cancellava i treni sulle tratte coperte dai voli “low cost” di compagnie aeree private. Inizialmente m’è sembrata una frase assurda, da aspettarlo sotto casa per riempirlo d’improperi.

Ma poi non è sfuggito a nessuno, per esempio, che nel bilancio della Regione Puglia approvato ieri in Consiglio, figurano 12 milioni di euro per la Ryan Air e 1 milione per garantire “la sopravvivenza dell’aeroporto di Foggia”.
Tradotto: le compagnie aeree non vengono in Puglia se non dietro lauti pagamenti. Solo così si sostiene la domanda turistica in Puglia, come altrove nel mondo, ai tempi del low cost.
Costo basso per chi vola, altissimo per la collettività. E come Ryan Air guadagna due volte, dallo scalo di partenza e da quello di arrivo, così le Ferrovie dello Stato prendono da Stato e Regioni…

Lo schema delle Società per Azioni è, dunque, identico alla Ryan Air, con la differenza che la governance di quest’ultimi è decisa da azionisti veri, in carne e ossa, non da qualche politico nominato dal segretario del partito, grazie ad una legge elettorale infame e a-democratica.

Inoltre i manager delle SpA pubbliche non prendono decisioni a tutela del bene pubblico e dei cittadini, ma del verbo superiore “merkeliano” del pareggio di bilancio. Fesseria suprema, anti keynesiana, scioccamente rigorista che ci conduce, dritti dritti alla stagflazione nell’area euro.

Certo, non era bello che i debiti delle vecchie ferrovie (in avanzo di bilancio da due anni) fossero pagati da tutti noi.
Ma non è parimenti bello che gli avanzi di gestione vengano effettuati sulla pelle dei cittadini che pagando le tasse attendono di vedersele restituite in servizi.

Cosa fare per cambiare davvero?

Mi sono convinto e qualche amico storcerà il naso: affidare, anche i servizi pubblici locali, tramite gare pubbliche trasparenti, efficaci e periodiche a chi è in grado di garantire l’erogazione di servizi essenziali con standard di qualità minima indefettibili (come la tratta notturna Lecce – Roma o la frequenza quotidiana del Foggia – Bari e del Lecce – Bari) e favorire la concorrenza vera tra operatori concorrenti.

Rompere ogni monopolio e trasformare le Ferrovie dello Stato in Ente pubblico che eserciti, con qualità, le tratte che il mercato abbandona.

NTV potrà fare utili a valanga sul Milano – Roma o la Torino – Lione. Chi se ne frega.
A me interessa che, con le mie tasse, si ottenga un riequilibrio e che anche i siciliani o i pugliesi viaggino su e giù per il Paese senza barriere.

Tanto più che, a parità di tratta, il costo del biglietto Trenitalia è a volte, più caro di un aereo.
E mai venga dato anche un solo euro ai privati per la propria attività che non sarebbe più di pubblica utilità e servizio, ma solo di privato profitto.

Non trovate sarebbe un Paese migliore?

Ce la farà la politica a stare lontano dai Consigli di Amministrazione delle società pubbliche sino a quando ne controlla budget e obiettivi di performance a pareggio?

Un giorno parleremo anche di Rai. E ne vedremo delle belle.


Dedicato alle maestranze e ai fornitori pugliesi.

29 12 11 @ 11:04  silvio.maselli

Certe produzioni in cattivissima fede, quando terminano le riprese e non hanno ancora pagato il personale di troupe, i fornitori, gli alberghi e quant’altro pattuito, vanno dicendo in giro che, siccome la film commission non li ha pagati, non pagano a propria volta i fornitori e il personale.

Niente di più falso che, vi prego care maestranze pugliesi, va immediatamente denunciato e portato all’attenzione mia e del mio staff.

L’Apulia Film Commission eroga - tramite la sottoscrizione di appositi trasparenti contratti - due tipologie di contributi: il film fund e il fondo ospitalità.

Quest’ultimo viene saldato a fine riprese e solo dietro presentazione di adeguata rendicontazione. Dunque la produzione sa di dover anticipare le spese per hotel, catering, ristoranti e trasporti. E noi non rimborsiamo nulla loro che non sia stato già speso sul territorio regionale.

Il film fund, invece, viene erogato in due tranche: la prima pari al 20% come acconto, la restante a saldo finale, al termine del film e previo ricezione e nostro controllo delle spese sostenute e del rispetto delle regole previste (200% di spesa sul territorio, 35% di personale pugliese, almeno 3 settimane di riprese in regione, il rispetto del budget pattuito, ecc.). E ci mettiamo al massimo un mese prima di saldare.

Dunque non credete a quei menzogneri organizzatori generali, produttori e loro collaboratori che raccontano balle.

L’Apulia Film Commission è sempre e solo dalla parte di chi lavora ed esiste per fare rispettare le regole che essa stessa ha previsto.


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