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83 – TI VOGLIO BENE EUGENIO di Francisco José Fernandez con Giancarlo Giannini, Giuliana De Sio, Jacques Perrin (Italia 2001, col. 93’)
La storia è pressoché ambientata presso un Centro Traumatologico dove un maturo down perfettamente integrato si presta come volontario e dove aiuta una ragazza in coma, a causa di un incidente automobilistico, a risvegliarsi e a ricominciare a camminare, parlare e nutrirsi. Girato a Lucera e nella sua immediata campagna, il film di Fernandez affronta un tema come la Sindrome Down che al cinema trova difficile (e scarsa) ospitalità. La sua valenza sociale riesce a toccare le corde più profonde dell’animo umano, grazie al regista che è genitore di un bambino down. Per l’interpretazione, Giannini (qui al suo ottantesimo film), pur imprigionata in una limitata gamma di espressioni, ha vinto il David Donatello come miglior attore protagonista.
(a.m.)
82 – HERMANO di Giovanni Robbiano con Ignazio Oliva, Paolo Villaggio, Emir Kusturica (Italia 2001, col. 80’)
Firmato da un esordiente che è anche docente di Teoria del Linguaggio cinematografico, il film non ha trovato in patria quella distribuzione che ha, invece, all’estero. Gli ambienti pugliesi di S. Maria di Leuca, Acquatica del Capo, Tricase e Gagliano del Capo incorniciano la storia di un giovane disoccupato meridionale che cerca di sopravvivere facendo qualche lavoro illegale per la malavita organizzata. Incaricato dal boss locale di recarsi a Stoccolma per recapitare una lussuosa automobile ad un criminale russo, nel suo tragitto verso la capitale svedese, il malcapitato incontra un ex pugile argentino che vive di furti. I due solidarizzano…
(a.m.)
81 – I CAVALIERI CHE FECERO L’IMPRESA di Pupi Avati con Raoul Bova, Murray F. Abraham, Carlo Delle Piane (Italia 2001, col. 147’)
Il regista bolognese Pupi Avati che con il Medioevo si era già misurato (nel film Magnificat), dirige qui un’impresa epica, realizzando una saga medievale: cinque indomiti cavalieri dalle più diverse origini partono verso Tebe in Grecia alla ricerca della Sacra Sindone. I cinque sono quanto di meno nobile si possa immaginare, diversissimi fra loro, per censo, casato, estrazione, studi e condotta morale. Dopo aver superato innumerevoli difficoltà, questi eroi trovano la sacra reliquia e tornano in Francia per consegnarla alla Chiesa. Il film, che segna anche l’esordio nella narrativa del cineasta, ha trovato nel paesaggio e nell’architettura di Barletta e di Otranto l’ambientazione idonea per la ricostruzione storica.
(a.m.)
80 – A.A.A. ACHILLE di Giovanni Albanese con Sergio Rubini, Héléne Sevaux, Loris Pazienza, Paolo Bonacelli (Italia 2001, col. 88’)
E’ la città di Foggia a fare da sfondo all’esordio dietro la macchina da presa dell’artista foggiano Giovanni Albanese per una favola moderna che ha anche tratti autobiografici. Racconta di un bambino affetto da una grave forma di balbuzie che, ricoverato presso una clinica specializzata, vi incontra un medico geniale e un po’ ciarlatano che ha inventato una curiosa terapia basata su esercizi di canto parlato. La permanenza nella casa di cura segna la crescita interiore del piccolo protagonista. Il tutto incorniciato nel paesaggio della città dauna, raramente accarezzata dall’obiettivo di una macchina da presa.
(a.m.)
79 – TUTTO L’AMORE CHE C’E’ di Sergio Rubini con Michele Venitucci, Teresa Saponangelo, Margherita Buy, S. Rubini, M. Introna (Italia 2000, col. 93’)
Anni Settanta in Puglia. La natura aspra e superba di ulivi e cicale, boschetti, gravine e pozze d’acqua è quella della terra del regista grumese, composta da più angoli come la lingua lo è da più cadenze. Il film è ambientato a Grumo, Palo del Colle, Giovinazzo, Altamura. La vita dei ragazzi di un paese è sconvolto dall’arrivo di tre belle ragazze milanesi. I temi sociali (la disoccupazione, la chiusura di una fabbrica) restano sullo sfondo, sovrastati dalle pulsioni adolescenziali di questo microcosmo: il vento di libertà che scuote la quiete paesana sulle note delle musica del tempo. Tutto torna come sempre alla partenza delle tre ragazze. Sorta di amarcord chiaramente autobiografico, il film si avvale di un cammeo fuori testo di Gérard Depardieu.
(a.m.)
78 – SANGUE VIVO di Edoardo Winspeare con Pino Zimba, Lamberto Probo, Claudio Giangreco (Italia 2000, col. 95’)
La tragedia della morte del padre – deceduto in circostanze misteriose – ha allontanato due fratelli tra loro differenti per carattere, temperamento ed età: il primo è un contrabbandiere cinquantenne, il secondo un musicista eroinomane trentenne. Solo una passione li unisce: la pizzica, utilizzata per tenere lontana la presenza ingombrante dei malviventi e spacciatori. Ma la disperazione e la povertà della loro Puglia sono sempre dietro l’angolo. Lo spirito vero di questo secondo film dell’autore di Pizzicata, la chiave per svelare queste vite e questi destini, è il ritmo impetuoso della pizzica, antico ballo che mima l’amore tra uomo e donna e fa da irresistibile cornice al film girato a Lecce e nei paesi di Tricase, Alessano e sulla costa salentina. La fotografia esalta il colore, i paesaggi e la case bianche del Salento con tonalità calde che accompagnano lo spettatore tra gli ulivi e le atmosfere del film.
(a.m.)
77 – HOTEL DAJTI – UNA STORIA AL DI LA’ DEL MARE di Carmine Fornari con Francesco Giuffrida, Flavio Bucci, Piera Degli Esposti, Michele Venitucci (Italia 2000, col. 90’)
Il film racconta la tragica vicenda di un giovane illusionista costretto – all’indomani dell’avvento del fascismo – a rifugiarsi in Albania dove si sposa. Inseguito dalla polizia, rientra in patria, lasciando la moglie che scompare fra le onde del mare. Molti anni dopo, conosce un ragazzo della malavita locale che lo convince a tornare con lui in Albania perché certo dell’esistenza della moglie scomparsa. E’ ambientata a Bari questa seconda opera del regista de L’amico arabo (1992), che l’ha anche sceneggiata (diretta e montata): una storia d’amore d’altri tempi e “fuori dal tempo”, sospesa fra simboli e metafore. Accolto da un discreto riscontro di critica ma pregiudicato dagli scarsi mezzi produttivi e da una distribuzione praticamente inesistente, il film ha vinto due premi in festival minori.
(a.m.)
76 – IL GRANDE BOTTO di Leone Pompucci con Carlo Buccirosso, Emilio Solfrizzi, Gennaro Nunziante (Italia 2000, col. 90’)
L’incipit ci introduce in una storia di provincia fatta di frustrazioni, adulteri, sogni e illusioni. La città di Ostuni fa da sfondo alla storia di cinque amici, abituali frequentatori di un bar di uno di loro e incalliti giocatori di schedine del lotto. Di uno di loro, scomparso dopo una vincita sbalorditiva, si perdono le tracce. Il film è costruito come una commedia on the road per l’Italia al suo inseguimento, tra scontri, incomprensioni, sorprese e scoperte che rinsaldano l’amicizia fra loro. In un contesto di divertente pugliesità, la storia dà forma ai risvolti agrodolci della mania tutta italiana del gioco, soprattutto della contagiosa febbre del Superenalotto.
(a.m.)
75 – FUORI DI ME di Gianni Zanasi con G. Zanasi, Paolo Sassanelli, Dino Abbrescia (Italia 2000, col. 90’)
Quasi interamente girato al quartiere barese “Cep - San Paolo”, è la storia di un regista invitato da una associazione culturale a presentare il suo ultimo film (Nella mischia) ad un gruppo di ragazzi residenti nel quartiere-ghetto dell’estrema periferia. Gli attori del film proiettato diventano delle vere star, attirando la curiosità di fan, giornalisti locali e l’intero quartiere che vuole vedere da vicino gli attori del cinema. Tutto sembra fantastico, finché davanti al cineteatro un giovane - a bordo di uno scooter - spara a due coetanei e la realtà riprende il sopravvento sulla finzione. Al regista non resta che partecipare in prima persona a tale realtà, riprendendola in presa diretta e facendo diventare tutto ciò materiale di un nuovo film, Fuori di me.
(a.m.)
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