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C’è un unico grande partito di opposizione nel mondo da me conosciuto che, dinanzi alla crisi del governo in carica, invece di invocare le elezioni anticipate e di organizzare grandi manifestazioni di piazza con tale richiesta, propone di fare un governo tecnico guidato dal principale responsabile del declino economico del Paese. Il Ministro che tre mesi fa annunciava che i conti erano apposto e non c’era bisogno di una manovra correttiva e, tre mesi dopo, ha fatto quella che per me, è la peggiore finanziaria dai tempi di Amato. Incapace di creare sviluppo, progettata per spezzare le gambe agli enti locali e al nostro Sud.
I dirigenti di questo grande partito di opposizione sono davvero utili. A Berlusconi.
Ora io dico, ma come diavolo si fa a essere così inutili?
Fonte: http://www.corriere.it/politica/10_agosto_05/berlusconi-variabile-pd_0cb0a48c-a04f-11df-bc17-00144f02aabe.shtml
Leggo da più parti interventi di (pochi) politici e molti opinionisti simil politici favorevoli alla nascita di una nuova regione.
La regione Salento.
Complimenti a questi signori!
Penso da un decennio che le province vadano abolite, delegando le loro missioni ai comuni. Figurati cosa penso della nascita di una nuova regione.
Il Salento senza la Puglia è morto. La Puglia senza il Salento è morta.
Ma perché arriva l’estate e, insieme ai suicidi, aumentano le fesserie?
Fonte:
http://www.affaritaliani.it/politica/vendola_puglia040810.html
La Fondazione Apulia Film Commission s’inchina alla memoria di Suso Cecchi D’Amico e si stringe a Caterina e alla famiglia nel dolore. Scompare una protagonista della cultura italiana ed europea, legata da amicizie ed esperienze didattiche alla Puglia, dove ha guidato numerosi giovani nella scrittura cinematografica. Addio Suso.
Ho sempre amato la tecnologia, considerandola una delle espressioni umane più utili, se eticamente corrette, alla soluzione dei problemi che angustiano l’umanità. Non la temo, ma la osservo con dovuta accortezza.
Quando si parla di tecnologia nucleare, però, non ammetto ragioni per un semplicissimo motivo: le centrali potranno anche essere sicure al 100%, ma le scorie poi, dove le mettiamo? La risposta di qualche tedesco o dei leghisti è “not in my backyard”, mandiamole al sud!
E poi, mentre le energie alternative, al netto degli aiuti pubblici, sono investimenti privati, le centrali nucleari (che hanno un costo medio unitario di circa dieci, si ho scritto bene, DIECI miliardi) sono usualmente finanziate dagli stati.
Ora uno studio pubblicato sull’autorevole New York Times (http://www.nytimes.com/2010/07/27/business/global/27iht-renuke.html?_r=1&src=busln) che si trova tradotto in sintesi qui (http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/energia_e_ambiente/10_luglio_27/solare-costi-nucleare_6c3ac74a-998b-11df-882f-00144f02aabe.shtml) spiega anche che i costi medi per KW prodotti da una centrale nucleare sono più alti di quelli derivanti da fonti alternative e rinnovabili come eolico e solare, magari usati in tandem.
Bene. Anzi, benissimo.
Qualcuno, per cortesia, lo spiega a Berlusconi, all’ex Ministro Scajola, a Chicco Testa e, che dolore dirlo, al dott. Umberto Veronesi?
Grazie. Siete molto gentili.
Leggo sull’utile blog di Pippo Civati e riporto fedelmente tra virgolette.
“Scoppia il “caso Granata”. Cavoli. Che B e i suoi facciano un processo è di per sé una notizia sensazionale. “Il processo ai finiani spacca il Pdl”, leggo sui giornali. E penso che in effetti, paragonato a quello che sta succedendo tra le file della destra - tra correnti, fondazioni e Berlusconi - in questi mesi, il congresso del Pd era Disneyland, al confronto.
Quello che mi chiedo, però, in tutta sincerità e al di là dell’enfasi giornalistica, è molto semplice: ma prima, dico in tutti questi anni, Fini e la sua élite di legalitari irriducibili non si erano mai accorti di quello che pensano B e quasi tutti i principali esponenti della sua maggioranza di legalità, di mafia e di corruzione (mettiamoci anche un po’ di evasione fiscale, già che ci siamo).
Dovevano farci un’alleanza lunga vent’anni, dopo la stagione dei cappi dell’Msi, e addirittura fondare un partito insieme per capire che c’era qualcosa di strano, in quel gruppo che si andava formando tra Previti e Dell’Utri? La domanda, certo, vale anche per la Lega, ma almeno i leghisti sono coerenti: continuano a far finta di niente e a ribadire la loro stima sconfinata per il premier. Viene da pensare che, dal punto di vista della legalità, ci sia una zona franca, quella del premier e dei suoi fedeli alleati, e una zona gianfranca, che rappresenterebbe la novità: legalitari sì, ma con qualche decennio di ritardo. Un po’ troppo in ritardo e un po’ troppo vistosi per essere credibili.”
http://civati.splinder.com/
Massimo Causo è stato, insieme a Vito Attolini, il nostro primo critico cinematografico applicato alla lettura e valutazione consultiva delle sceneggiature del nostro film fund. Con lui ci siamo trovati sempre in piena sintonia, perché del suo sguardo condividiamo l’acutezza e la curiosa attenzione verso ogni novità culturale e artistica.
Massimo è molto bravo. Non devo dirlo io, parlano per lui i tanti riconoscimenti professionali che ha ottenuto e i tanti che ancora gli auguro otterrà.
Segnalo qui un suo breve saggio introduttivo al catalogo della mostra fotografica “Scatti di cinema” che, per conto dell’Assessorato regionale al Turismo stiamo preparando per la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia a cura di Daniele Trevisi. E’ una mostra pensata per consacrare il lavoro di attrazione svolto sin qui da noi di Apulia Film Commission, ma nient’affatto autocelebrativa, perché, infatti, raccoglie foto dei set che, in qualche modo, ci hanno preparato la strada. Se la Puglia è tutta da girare, la mostra è tutta da vedere.
Ecco una riflessione di Massimo Causo sull’identità.
“L’attesa e l’immagine”
Cosa determina, oggi, l’identità di un luogo? Può essa considerarsi separata dalla luce che illumina i suoi spazi, dalle figure che li attraversano, dalle sonorità che riecheggiano non solo nella sua realtà oggettiva (fisica, geografica, architettonica, sociale…), ma anche in quella immaginaria (fotografica, paesaggistica, scenografica, affabulatoria…)?
In altre parole, dove finisce oggi la realtà di un luogo e dove inizia la realtà dell’immagine di quel luogo? In che rapporto sono quelle coordinate socio-culturali alle quali la cultura moderna attribuisce il ruolo di genius loci, e la sempre più palpabile e determinante foto-genia di un luogo, la sua comunicabilità in termini di immaginario, il suo riflettersi nello specchio delle brame visuali, la sua riconoscibilità mediatica?
Le ombre che disegnano i confini tra il visibile e l’invisibile di una comunità passano tutte attraverso lo sguardo, e l’immagine ne cristallizza le coordinate, ne definisce longitudine e latitudine nella sfera di un universo in cui alla riproducibilità tecnica dell’opera d’arte s’è ormai sostituita, in maniera concreta e determinante, la riproducibilità tecnica dell’identità stessa: filmiamo allo stesso tempo un luogo e l’immagine di quel luogo…
L’emozione che noi bambini provavamo quando, assieme ai nostri genitori, incontravamo sul teleschermo in bianco e nero una “cartolina” della nostra città mostrata nella panoramica infinita del vecchio “Intervallo” televisivo, non era poi diversa da quella che ci spinge a ritrovarci nelle geografie reali/immaginarie in cui si individua il cinema sempre più “localizzato” di oggi. Quel Cinema che, dal dopoguerra in poi, si è portato lontano dagli studios, collocandosi nella materia umana e culturale delle infinite geografie possibili, sino a focalizzare in maniera chiara e distinta il concetto stesso di location: prima per istinto di realismo, poi sempre più per definizione di uno scenario capace di collocare in topografie concrete un immaginario alla deriva nel reale.
Le Film Commission sono dunque arrivate a coordinare il processo, facendo del territorio il luogo di transito dall’identità all’immaginario, dalla realtà alla finzione. Partita non semplice, che punta la sua posta sia sul tavolo interno che su quello esterno, ovvero sia sulla fedeltà alla realtà storica e culturale del territorio (da non tradire nel fittizio gioco del filmare), sia sulla possibilità di offrire l’identità territoriale a riletture, contaminazioni, fascinazioni capaci di innescare nuove realtà. Insomma, tra il genius loci e l’imago loci, le Film Commission elaborano in qualche modo il possibile lutto della perdita d’identità territoriale nel sistema immaginario, che ha trasformato gli interni domestici in “case aperte” per Grandi Fratelli (allestite tra l’altro nel cuore di Cinecittà…) e gli esterni in spazi abitabili da figure e personaggi che vi si rispecchiano non solo narrativamente, ma anche culturalmente.
Ed eccoci, allora, nel cubo ligneo di questa mostra: solido platonico destinato a rappresentare l’attimo in cui il paesaggio diviene immagine, il luogo set, la luce fotografia, gli spazi scenografie, le figure personaggi, il mondo film… Insomma, nel caso specifico: la Puglia Cinema. Eccoci – noi e la nostra immagine – ricollocati nello stato di transito tra il mondo reale e lo shining immaginario, intenti a guardare scatti che colgono lo scarto tra l’eterno presente dei luoghi/volti/scenari della nostra regione che conosciamo così bene per vitale esperienza, e quell’infinito passato che è ogni fotogramma girato e consegnato al Cinema, e trasformato in Film. La magia è ben nota, tramandata nella liturgia di ciak, carrelli, gru, cavi e microfoni celebrata dalle maestranze colorate e assolate di “cinematografari”, che si muovono in scenari momentaneamente rapiti al loro esser tempo e spazio di vita reale.
In queste foto c’è la verità del luogo e la sua trasfigurazione finzionale, la concretezza del tempo presente e l’astrazione del tempo immaginario, la luce della vita quotidiana e l’illuminazione della messa in scena… Come dire il paesaggio e il set, sospesi nel frame che coglie il lavoro della finzione nel suo farsi, lasciandoci sospesi, assieme al Roland Barthes de La camera chiara, tra lo studium – “infatti, è culturalmente […] che io partecipo alle figure, alle espressioni, ai gesti, allo scenario, alle azioni” – e il punctum – “quella fatalità che, [in una fotografia], mi punge (ma anche mi ferisce, mi ghermisce)”…
Il Cinema sta lì, tra queste due tensioni, trovato in una Puglia che traduce la sua aspirazione frontaliera in una accoglienza dell’immaginario, nell’immaginario. Sul nostro territorio si gira molto, per fortuna: perché questa terra sta diventando sempre più – anche politicamente, vivaddio! – luogo di un differente immaginario possibile, territorio di una contaminazione tra verità e sogno, tra immagine e realtà… Sì insomma tra l’attesa, che è propria del set, e l’attuazione, che è propria del girare: momento magico, di cui le foto qui proposte sono precisa illustrazione.
Massimo Causo
Il mestiere di genitore dev’essere molto difficile.
Si capisce subito, dalla qualità dei genitori, quella dei figli.
In questi giorni si sono svolti nei Cineporti numerosi casting per altrettanti film, alla ricerca di giovanissimi protagonisti.
Ho capito molte cose del Paese reale.
La proiezione di ogni sordida ambizione dei genitori, deturpa l’immaginario dei bambini, li riduce a bambolotti insopportabili. A pestiferi agenti di immodificabilità sociale, in cui la speranza che hai di rompere le catene che ti legano alla condizione sociale di appartenenza, anche se “sfondi” in tv o al cinema, ti terranno per sempre condizionato alla sovrastruttura mentale di servo del sistema mediatico. Di semplice spettatore, mai di protagonista.
Ed io mi deprimo davanti a quei genitori fasulli, che protestano perché il figlio di cinque anni non ha potuto mostrare fino in fondo il proprio presunto talento oppure perché, invece di lasciarlo giocare su una dorata spiaggia pugliese come un cinquenne meriterebbe, ha affrontato centinaia di chilometri e spese pazze, pagando cifre da capogiro ad agenzie romane senza scrupoli; pur di coronare il poprio sogno genitoriale di veder concentrato, almeno nei propri figli, il maledetto talento che loro non hanno mai avuto.
Vuoi vedere che si vota in primavera prossima e che nelle prossime settimane volerà tanta, ma tanta feccia dal ventilatore della politica?
“Il prodotto della cultura è la libertà”.
Paolo Grassi
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