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Save Sakineh

29 08 10 @ 02:17  silvio.maselli

Mi piacerebbe che i nostri leader politici nazionali ed europei esprimessero la massima pressione sul governo iraniano per impedire la lapidazione di Sakineh Mohammadi Ashtiani.

La lapidazione è una pratica assurda, non solo perché assurda è la pena di morte. Tanto più per il reato di tradimento di un marito.
Ma soprattutto perché, nei paesi più esposti al fondamentalismo cieco - che sempre si associa alla più retriva misoginia - come la Nigeria, l’Arabia Saudita, il Bangladesh o l’Iran, è sul corpo della donna che si esprime l’ansia di dominio del potere religioso che si invera in quello politico.

La civiltà europea ci ha messo dieci secoli per vincere queste assurde credenze sebbene da noi, nonostante i tanti passi avanti, il corpo della donna non è ancora divenuto sacro, come dovrebbe. E viene piuttosto usato come sponsor di autoveicoli o di governi.

D’altra parte mi ha rattristato oggi, al pari delle notizie che giungono dall’Iran, assistere nei principali tg nazionali all’attesa supina che si aprisse la porta dell’aereo di Gheddafi del nostro Ministro degli Esteri.

Mi rattrista perché ad un dittatore che trucida i propri connazionali e altri esseri umani che attraversano la Libia per solcare speranzosi il Mediterraneo in cerca di fortuna e libertà, non si possono tributare onori e affari.
Tanto più quando viene qui assoldando, tramite un’agenzia, ragazze immagine (tutte ugualmente vestite, tutte ugualmente piacevoli, tutte televisivamente perfette, tutte tristemente uguali) allo scopo di fingere una conversione all’Islam; come se la religione fosse un fatto di marketing e non di profonda convinzione personale.
Poi magari i suoi cattolicissimi amici occidentali, gli stessi che gli permettono di detenere il 7,5% di Unicredit Bank (cioè di controllare dall’Enel all’Eni, dalla Juventus al Corriere della Sera), a suo tempo si indignarono assai, quando l’Ue non inserì nella sua Costituzione le radici giudaico-cristiane. Sic!

Mi indigna, nonostante ne comprenda le ragioni di real politik.
Chissà se, giunti alle soglie del fatale momento, questi supposti leader sapranno fare i conti almeno con il loro Dio, visto che - purtroppo - gli elettori dei loro paesi gli danno tutto questo assurdo credito.


Puglia, un’intera estate “pizzicata” dalla cultura.

29 08 10 @ 02:49  silvio.maselli

Il Presidente della apulia film commission, Oscar Iarussi, è uomo di scrittura bella e acuta.
Eccone qui un saggio post estivo.

Il “capodanno pugliese” è come quello cinese, non coincide con il calendario gregoriano anche se lo influenza, o, almeno, lo suggestiona. Da una parte c’è la tradizionale rentrée politica settembrina con l’inaugurazione della Fiera del Leva nte. D’altro canto, ormai dal 1998, c’è il “concertone” di Melpignano, che stasera segna il clou dionisiaco e culturale della “Notte della Taranta”. Dalle prime timide edizioni, che divulgarono il verbo - pardòn, il ritmo - della Puglia Pizzicata nell’omonimo film di Edoardo Winspeare (‘96), la Notte della Taranta ha fatto tanta, tantissima strada. È ormai un evento internazionale, all’incrocio delle ricerche musicali più interessanti connotate da altrettanti anglicismi: world music, cross over, folk, etno, minimal e chi più ne sa più ne metta (quest’anno il maestro concertatore è il raffinato compositore Ludovico Einaudi).

La Taranta ha conquistato cuori e mercati lontani, dalle Americhe alla Cina e, oltre che su internet, è adesso sull’I-pad. Ma la Puglia non vibra di soli tamburelli istoriati col ragno che mordeva le donne nel Sud arcaico studiato da Ernesto De Martino, spingendole alla danza febbrile e rituale per esorcizzare il male. La regione dal Gargano al Tacco, secondo i primi bilanci turistici, sta facendo registrare il tutto esaurito (agosto meglio di luglio). Il merito dev’essere della resipiscenza degli operatori, che stanno finalmente imparando a “coltivare” l’ospitalità dei visitatori nel tempo, stagione dopo stagione. Il merito è anche delle politiche di “induzione turistica”, come suol dirsi in politichese, da parte degli enti locali, in primis la Regione che di recente ha accorpato le competenze turistiche e culturali in un unico assessorato.

Ma è l’intera Puglia ad aver intrapreso, magari inconsapevolmente, un “gioco di squadra” finora vincente sul terreno della “attrattività dei territori”, per dirla stavolta nel gergo comunitario degli interventi e dei fondi europei. Non c’è comune, grande o piccolo, che non abbia varato la sua “estate” particolare; la sua notte bianca, rosa, a pois; i suoi “eventi”; il suo festival - parolina magica nonostante un certo immancabile sapore di provincialismo - di libri, film, spettacoli dal vivo, musiche probabili o improbabili.

Alle esperienze ormai consolidatesi nel tempo, come il Festival della Valle d’Itria a Martina Franca, si sono affiancate negli ultimi anni o mesi iniziative riuscite. Stentiamo ad elencarne talune nel timore di far torto ad altre, non meno meritevoli. Alcuni esempi?

A Trani i “Dialoghi” settembrini giunti alla IX edizione nel magnifico castello sul mare, e il festival della cultura ebraica; “Il libro possibile” e le mostre del museo Pascali a Polignano a Mare; le innovative “Spiagge d’autore” un po’ dappertutto con gli scrittori sotto il solleone fra i bagnanti; Cinecittà in trasferta a Margherita di Savoia per una convention con omaggio felliniano nella cittadina del sale (che ha pure un suo festival); il teatro cosmopolita di Castel dei Mondi all’ombra del maniero federiciano; il jazz, la mostra di Picasso e il “cinema pubblico” a Otranto nelle cui masserie “si nasconde” il jet set internazionale (si fa per dire, visto che i divi Jude Law e Sienna Miller sono stati fotografati mentre compravano al supermercato fardelli d’acqua minerale e casse di Peroni). Ma ci sarebbe anche il “Festival dei Sensi” fra Locorotondo, Martina Franca e Cisternino, nelle contrade dei trulli che secondo qualche buontempone potrebbero risultare le uniche superstiti - mon Dieu - alla fine del mondo notoriamente prevista per il 2012. D’altronde, Cisternino è da anni un buen retiro spirituale per molti protagonisti anni Sessanta/Settanta, fra i quali la fotografa genovese ottuagenaria Lisetta Carmi, sodale di Fabrizio De Andrè e Ezra Pound, cui Daniele Segre ha dedicato un film in programma nell’imminente Mostra di Venezia.

E ci sono “Puglia Mea” organizzata da Albano nelle sue tenute di Cellino San Marco, il Carpino Folk Festival, “Experimenta”, “La Ghironda”, “Pietre che cantano”, “Notti di stelle”, e le esclusive tappe pugliesi di tour altisonanti (The Gotan Project, Billy Cobham, Dalla-De Gregori). S’è conclusa con successo la prima edizione degli “Incontri del Melograno”, curati dalla Fondazione Magna Carta presieduta da Gaetano Quagliariello nel “relais & chateau” che abitualmente ospita il regista Ermanno Olmi. Laureato ad honorem in Agraria a Bari nel giugno scorso, Olmi è prossimo al ciak pugliese del nuovo film Il villaggio di cartone, che, dedicato all’immigrazione e all’integrazione, uscirà nel 2011, ventennale dell’arrivo della nave “Vlora” nel porto di Bari. Fu quello il primo atto dell’esodo che ha trasformato radicalmente l’identità pugliese, innescando le narrazioni in una regione storicamente analitica e saggistica grazie alla tradizione editoriale di casa Laterza.

E ci sono città - restando nel Barese, aggiungeremmo Monopoli, Mola, Giovinazzo con le sue scespiriane “poesie al balcone” e Noci dove sono arrivati persino dei registi cinesi - che sembrano aver individuato nella cultura e negli spettacoli una chiave di volta valida tutto l’anno.
Ecco il punto. L’agorà diffusa, la vita culturale in piazza, la spettacolazione costante (spesso gratuita), di certo mortificano il silenzio della Puglia che fu, quand’era interrotto solo dalle cicale e dai botti e le bande delle feste patronali o votive. Tuttavia l’orizzonte odierno contribuisce a tenere lontano dalla Puglia rumori e umori ben più pericolosi. Infatti, se c’è una regione non identificabile con la “Gomorra ” cui qualcuno vorrebbe ridurre tutto il Sud, grazie al cielo, questa è la Puglia. La quale forse si va giovando anche di un effetto cinema, a giudicare da chi ha deciso di venire nel Salento, a Polignano o nel Brindisino aspro e western, dopo aver apprezzato nell’ultima stagione i film di Ozpetek, Nunziante e Rubini colà girati.

Né sottovaluteremmo il fattore Vendola. Il governatore pugliese, per motivi che non mette conto qui sviscerare, è un leader nazionale capace di suscitare interesse, curiosità, passioni contrastanti a sinistra e una netta avversione a destra, là dove ad altri “nemici” è spesso riservata indifferenza o sufficienza. Capita così che nella blasonata Cortina d’Ampezzo dei 160 incontri culturali estivi (quanti se ne svolgono in una sola sera in Puglia!), il turista terrone venga assediato dai nordici curiosi: “Lasciamo perdere il Campiello, lo Strega e i russi a Forte dei Marmi, parlaci delle Fabbriche di Nichi”.

Fonte:
http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_le_analisi_NOTIZIA.php?IDNotizia=361836&IDCategoria=2682


Il perfomativo vuoto.

26 08 10 @ 03:43  silvio.maselli

Ho letto questo lungo e molto intelligente articolo di Christian Raimo apparso ieri su Il Manifesto.
Mi piace condividerlo.

Rassegniamoci, almeno fino a settembre, ottobre sarà così: le prime pagine di politica saranno colonizzate da questioni del tipo Fini era o meno nella casa a Montecarlo a cambiare i pannolini? Ma, prima che si vada verso elezioni o frankensteiniani rimpasti di maggioranza, magari la sinistra potrebbe trovare il modo per non farsi trovare spiazzata. Lo notava Ida Dominijanni su queste pagine: qui non si tratta di scaramucce estive, questa è una crisi di sistema del centrodestra.
Per fortuna, chi ha orecchie per intendere (un Vendola, un Civati, un Asor Rosa…) insiste che, oltre che discettare di leadership e alleanze, occorra ricostruire una condivisione su alcuni temi, questione finora sempre marginale. Primo passo giustissimo, ma. Bisognerà anche riconoscere come ci sia un livello più carsico di quello degli obiettivi o dei programmi: una dimensione che uno finisce per chiamare “prepolitico”, se il “politico” appunto è ormai lo shopping immobiliare di casa Fini-Tulliani. Non si sente da più parti l’esigenza di una nuova alfabetizzazione, che riesca a minare quella ventennale dittatura retorica di cui Berlusconi è tanto causa quanto sintomo? Mica vogliamo ritrovarci con un Berlusconi politicamente defunto, ma al suo posto tanti zombi clonati dall’orrendo originale.
Quest’oriente l’ha evocato l’articolo di Fontana (manifesto,12 agosto) sulla scomparsa del valore della verità dal discorso pubblico. Lo stato di crisi che va affrontato, secondo Fontana, non è solo quello superficiale di una maggioranza che non riesce più a governare col suo mix di corruzione e belletto mediatico. Il trauma che dobbiamo fronteggiare è civile, è sociale, è il nostro. Si tratta di una perdita, da un punto di vista logico e quindi morale, della pratica riflessiva in generale: chi ha più a cuore la verità? L’argomentazione razionale è stata soppiantata dall’opinione, dalla pseudoinformazione. Gossip, mancanza di professionalità in ogni campo, cazzeggio, massoneria di serie b, notizie à la Minzolini: questo è il paesaggio che ci tocca.
Il punto è nodale, ma la tensione etica rischia di illuderci sulla sua forza strategica.
Dovremmo essere parresiastici, come facevano gli antichi greci in tempi di crisi politica: ossia contro la finzionalità dell’Italia televisivoide che ci circonda, dovremmo incarnare quella verità bistrattata come in una forma di resistenza morale. L’esortazione è da condividere; ma il nemico è più plastico, e la domanda che ci dovremmo porre è più ampia.
Ovvero: quale è stato il linguaggio dominante della Seconda Repubblica? Quello che va tenuto presente è che con il berlusconismo si è attuato un cambiamento totale nel nostro modo di parlare, e quindi di relazionarci con il mondo. La Seconda Repubblica non è stato solo un sistema di potere, ma è stato un sistema di potere che si è fatto sistema linguistico, nuovo assetto sociale.
Qual è stata la più significativa trasformazione che ha portato la discesa in campo del ‘93, in questo senso? Che Berlusconi ha via via fatto piazza pulita del livello referenziale del linguaggio, sostituendolo con un livello che potremmo definire “performativo vuoto”. All’inizio del secolo scorso Wittgenstein sosteneva l’impossibilità di uscire dai limiti che il linguaggio stesso ci impone. Cinquant’anni dopo John Austin mostrava come questo linguaggio in cui siamo immersi comprende anche molte delle azioni che compiamo (come promettere, minacciare, testimoniare…), e chiamava questo livello performativo.
Oggi possiamo vedere che qualunque cosa Berlusconi dice non si riferisce a una questione in sé (che siano le tasse, il governo, il terremoto, le elezioni…): quello che Berlusconi dice è appunto sempre un fare. È un mostrare di esserci, è rassicurare gli italiani con i “ghe pensi mì”, è farsi vedere sorridente o abbronzato o ferito, è insultare l’opposizione, è fare killeraggio mediatico attraverso i giornali di famiglia, è vantarsi dei propri risultati o delle proprie virtù sessuali, è divertire con qualche barzelletta, è promettere cure per il cancro… Finisce con l’essere indifferente se le sue frasi siano sensate, ancorate al reale, non autocontradditorie… Il senso di ciò che dice sta sempre nell’effetto che queste frasi producono. Per questa ragione Berlusconi può permettersi di essere implicitamente violento (considerate quanta violenza sottintesa sta in un’affermazione come quella sul cancro…). E per questa ragione può permettersi di enunciare un giorno una cosa e smentirla il giorno successivo. Le sue affermazioni non devono passare il vaglio della coerenza logica o morale. Quello che andrà valutato del suo discorso - se riconosciamo che il senso coincide con l’effetto - sarà solo l’effetto che farà la smentita il giorno dopo.
È interessante l’esperimento realizzato da John Bullock, uno scienziato politico dell’Università di Yale (ne parla Wu Ming 2 nella Salvezza di Euridice): Bullock ha preso un gruppo di progressisti americani e gli ha chiesto quanti disapprovassero il trattamento dei prigionieri a Guantánamo. Risultato: il cinquantasei per cento. Quindi ha mostrato alle cavie un articolo di “Newsweek” dove si raccontava di una copia del Corano buttata nel cesso della base americana. La percentuale dei critici è salita subito al settantotto per cento. Infine, ha fatto leggere a tutti la smentita della notizia, pubblicata dallo stesso giornale. La percentuale è scesa, ma solo fino al sessantotto per cento. Dunque: la cattiva informazione ha effetto anche se viene smentita.
Si capisce forse così perché il richiamo di Fontana a un recupero della verità rischi di essere un’arma spuntata nei confronti della “performatività vuota” del discorso berlusconiano. È questo il gioco linguistico in cui siamo precipitati. Nell’indifferenza del senso, vale chi fa più effetto. A questo gioco siamo costretti a giocare da ormai vent’anni. È questa la retorica che si impara dai media, e ormai spesso anche a scuola, in famiglia, in tutta la società.
Se la sinistra prova a praticare un’altra retorica, se la sinistra propone le sue ragioni, Berlusconi ha sempre una gran facilità a controbattere. Sa semplicemente giocare meglio a quel gioco linguistico che lui stesso ha contribuito a rendere sistemico. Gli basta performare atti linguistici vuoti, ma vincenti: fare la vittima anche se è l’uomo con più potere di tutti, tagliare corto quando il confronto tocca questioni reali, urlare più forte, sorridere, surclassare, contrapporre sempre la propria auto-promozionalità…
Bisognerebbe allora forse - da parte di chi vuole sconfiggere il berlusconismo anche quando Berlusconi in carne e ossa non ci sarà più - imparare a maneggiare un po’ meglio questa retorica “performativa vuota” e rovesciarla a proprio vantaggio. Facciamo tre esempi.
1) Si tratta di mettere sempre in evidenza la non-neutralità del contesto in cui parliamo. Confrontiamo la nettezza di un Pasolini nella famosa intervista tv con Biagi quando sottolineava come la televisione di massa fosse comunque una macchina antidemocratica, con l’aplomb di un Bertinotti che si accomodava placido sulle poltrone di Anna La Rosa o di un Veltroni che ha condotto l’ultima intera campagna elettorale in cui appena poteva faceva l’elogio preventivo del contesto, dello studio televisivo in cui veniva ospitato. E poi facciamo un ulteriore accostamento: quello di un Berlusconi che interviene a gamba tesa in diretta tv e comincia a insultare conduttori e programmi. Notate la differenza dell’effetto, e quindi del senso? Forse si dovrebbe ricordare continuamente a chi ascolta come la cornice della comunicazione condizioni il messaggio, fino a sovradeterminarlo.
2) Imparare a essere più bravi dei berluscones, diventare dei perfomer più brillanti. Sia rispetto a quegli ambiti in cui Berlusconi è chiaramente carente - perché nessun leader di sinistra lo invita a esprimersi in inglese in pubblico? - sia in quegli ambiti che vengono sempre stigmatizzati come i suoi lati folkloristici. Berlusconi fa ridere perché racconta barzellette, le storielle come le chiama lui? Occorre allora sapere essere più comici, più paradossali, più persuasivi. Avete presente Jòn Grarr, per fare un nome, il nuovo sindaco che ha vinto a Reykjavik?
3) Mettiamo che invece di provare a opporre delle ragioni logiche, un discorso fondato, a un Berlusconi che fa proclami deliranti sul cancro sconfitto in tre anni, noi scoprissimo le carte di questo stile pubblicitario: esasperandolo, prendendolo alla lettera. Un leader di sinistra potrebbe dire: “Tre anni sono troppi: la sinistra lo farà entro l’autunno”. Oppure: rispetto a Berlusconi che disegna un qualsiasi progetto politico, si potrebbe replicare: “Apprezziamo molto le posizioni di Berlusconi, l’unica nostra preoccupazione è che Berlusconi puzza, stargli vicino è un problema”. Berlusconi è brutto, Berlusconi puzza, Berlusconi è vecchio, Berlusconi non sa l’inglese, Berlusconi si mangia le parole, Berlusconi c’ha le orecchie a sventola, Berlusconi ha la pelle grassa, etc… Se non fosse per queste ragioni, sarebbe un valente statista.
Questo non è abbassarsi al suo livello, questo è comprendere il suo habitus linguistico. Che è perennemente aggressivo, insultante, parossistico. Se quando Berlusconi si riferisce a Rosy Bindi può liquidarla senza troppi pudori come una lesbica racchia, se il suo Giornale può titolare a nove colonne “Boffo frocio”, perché non pensare di opporsi a questo stile provando a disinnescarne la violenza evidente e implicita? Non basta fare i signori. Non è sufficiente esibire un altro stile. E non si tratta neanche di rispondere a violenza con violenza. Occorre invece mostrare l’inefficacia di quest’aggressione, sabotando la violenza. Pensate al riutilizzo della parola queer come forma di rivendicazione identitaria: l’insulto che si trasforma in uno slogan. E con il linguaggio berlusconiano il passaggio di cui abbiamo bisogno è ancora più radicale: rispetto a un linguaggio che non è dialettico ma performativo, l’unico contrasto possibile è fare fallire il suo atto.
Come? Se qualcuno fa un’affermazione, io posso oppormi replicando che è vera o falsa, condivisibile o meno: mi confronto con il contenuto di quest’affermazione. Ma se io voglio oppormi a qualcuno che non enuncia un’affermazione, ma fa una minaccia, una promessa, una testimonianza, non ha senso che io mi confronti con il contenuto di questo atto. Posso piuttosto mostrare che questa promessa non è valida, che questa minaccia non è efficace, che questa testimonianza non è credibile. Posso insomma invalidare l’atto linguistico. Così con Berlusconi non ha senso criticare questa o quella sua affermazione, ma ha più forza delegittimare costantemente il suo discorso. Smettiamo di porre questioni morali (a che è valso scandalizzarsi perché frequentava minorenni o perché la sua ricchezza è in odore di mafia?) o di disprezzare il suo progetto politico (quale?): ciò che serve per smontare Berlusconi è semplicemente mostrare che si tratta di un pessimo performer, un attore di quart’ordine, un cantante da crociera floscio a cui spetta la pensione. È un vecchio rompipalle, neanche una cattiva persona.

Fonte:
http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20100825/pagina/01/pezzo/285387/


Vecchie volpi insegnano.

26 08 10 @ 03:39  silvio.maselli

Una vecchia volpe socialista come Rino Formica, rilascia una intervista illuminante sul Corriere di ieri. Non va persa.

“Il governo? No, la partita vera riguarda il Quirinale. Berlusconi vuole andare al voto per salire sul Colle, personalmente o presentando Schifani. E la Lega anche: sa di avere un pacchetto di voti determinanti per eleggere il suo candidato in pectore: Giulio Tremonti”. Rino Formica ha 83 anni e una lunga carriera politica nel Psi. Conosce bene l’ attuale ministro dell’ Economia, che è stato suo collaboratore e ha militato tra i socialisti, prima di approdare nel Pdl. Elezioni anticipate, dunque? “Sono l’ ultimo tram nella nuova notte della Repubblica, da prendere con questa legge elettorale”. Perché con questa? “I quorum di garanzia della Costituzione, per l’ elezione del capo dello Stato e la revisione della Carta, erano stati pensati per il proporzionale. Giolitti voleva addirittura costituzionalizzare questa legge elettorale. Ci si è illusi di cambiare il Paese con il maggioritario, che invece ha sfasciato ogni equilibrio. Mussolini provò a cambiare l’ assetto istituzionale, da democratico in autoritario, a Statuto Albertino invariato: ma fece una marcia su Roma. Qui cosa si fa, la marcia della Brambilla?”. Non c’ è spazio per governi tecnici o di transizione? “No, quelli servono per cambiare la legge elettorale. Sono cominciati i grandi giochi per il Quirinale. A causa dell’ impazienza e dell’ intemperanza di un giovane puledro, Italo Bocchino, la granata è scoppiata con un anno d’ anticipo. E ora Berlusconi persegue lucidamente il progetto delle urne”. Per salire sul Colle? “Con questa legge basta una maggioranza relativa, che diventa assoluta, per avere il controllo della società per i prossimi sette anni, attraverso il nuovo Parlamento, il Quirinale e i nuovi giudici costituzionali. Non dimentichiamo che il Presidente ha la facoltà di sciogliere il Parlamento. Berlusconi può far scrivere 50 volte il suo nome sulle schede, ma il potere ultimo di decisione nell’ assetto istituzionale spetta al capo dello Stato”. E Tremonti? “Lui è il candidato della Lega. Che ha buoni sergenti ma non uomini di diritto: l’ ultimo è stato Gianfranco Miglio”. In che rapporti è Tremonti con Berlusconi? “Non so quando sceglierà il momento per la fuga, ma avendo avuto un’ educazione da spirito libero tra i socialisti, dove la libertà era un culto, è a disagio in una caserma aziendale. Per ora è inamovibile da ministro e se Berlusconi lo muovesse sarebbe autolesionista”. Però sembra ancora in sintonia con Berlusconi. “La fedeltà in politica? Nella seconda Repubblica, anche chi è entrato ignorante ha frequentato buone scuole di potere, figuriamoci Giulio”. Tremonti avrebbe detto a Bossi che sarebbe pronto ad andarsene in caso di arrivo di Casini. “Tremonti ha un grande gusto per la battuta, bisogna vedere il contesto”. Sarebbe un buon presidente? “Purtroppo i presidenti vanno giudicati sul campo, prima è difficile capirlo”. Per Cossiga era “un genio”, per i detrattori poco più di un commercialista brillante. “Sono più vicino a Cossiga: ha molte doti da leader e da uomo di Stato”. Una volta disse che era doppio. In che senso? “Diciamo che in politica ha trovato la giusta combinazione tra ideale e reale”. Fini che ruolo ha giocato in questa vicenda? “Quando si è educati a comandare, è difficile passare a servire. Non si può dire di voler comandare. Si dice: dialoghiamo”. A chi si sente vicino ora? “Alle idee che fecero forte il socialismo italiano”. Chi le sostiene oggi? “Nessuno”.
Alessandro Trocino

Chi è La politica Nato a Bari nel 1927, Rino Formica è stato un importante dirigente del Partito socialista italiano, ripetutamente eletto alla Camera dei deputati e al Senato. Tra i molti incarichi, è stato anche componente della commissione parlamentare d’ inchiesta sulla Loggia P2 Ministro Più volte ministro negli anni Ottanta, Formica è stato tra l’ altro responsabile delle Finanze durante il primo e il secondo governo Spadolini.

Fonte: http://archiviostorico.corriere.it/2010/agosto/25/sul_Quirinale_partita_decisiva_Cavaliere_co_9_100825017.shtml


Nord contro sud

26 08 10 @ 09:44  silvio.maselli

L’accordo siglato ieri tra Bossi e Berlusconi ricorda davvero molto da vicino le riunioni nelle roulotte fuori dai congressi del PSI o della DC degli anni ottanta. Il peggio della politica sta andando in mostra in questi caldi giorni agostani. Compagni di partito che si prendono a pesci in faccia, in totale spregio della Costituzione e delle più elementari norme di civiltà.

In tutto questo nessuno parla della crisi morale che stringe d’assedio il Paese (tranne i Paolini e pochi altri esponenti cattolici, visto che i politici che si appellano ai valori della Chiesa in Italia sono tutti pluri divorziati, quando parlano non credo nemmeno alla metà delle cose che dicono). Nè tampoco della crisi economica e, soprattutto, di identità del Paese.

Da un decennio non sento parole chiare sul punto, nè da sinistra, tantomeno da destra.
Voterò i politici che mi faranno capire dove vorranno portare il Paese nel 2020. Dell’oggi so solo che non si va a votare perché Bossi vuol salvare la sua secessione mascherata da federalismo, Berlusconi vuol salvarsi dai processi e mi vergogno sempre più d’esser italiano, proprio quando nei festeggiamenti del centocinquantesimo anniversario dell’Unità, sarebbe bello scoprirsi italiani degli anni duemila, alle prese con le meravigliose nuove sfide di questo millennio.

Macché. Il Premier ha 74 anni, il dante causa della maggioranza, dopo una emiparesi, quando parla quasi non lo capisci e pertanto si esprime a diti medi alzati in faccia alle telecamere e una folla plaudente spera con questi leader di continuare ad avere un ruolo nel mondo nuovo. Mi fanno pena.

Forse inizia finalmente ad avvicinarsi per tanti e tante il tempo in cui, come recita il detto arabo, “gli uomini coraggiosi fanno politica, gli altri ne parlano”.


La duesettecinque

23 08 10 @ 01:33  silvio.maselli

Come non facevo da anni ho trascorso le mie vacanze estive in Puglia. Ho letto tanto, ho osservato tanto, ho lavorato su di me e su chi mi è caro, perché quando corri non vedi più te stesso e ti perdi ogni giorno un po’ di più.
Cammin facendo però, l’urgenza dell’attualità mi ha incrociato e non posso non dire come la penso su una strada fisica, reale, vera, impellente e attuale. La 275.

Il fatto.
Alcuni politici locali, evidentemente scambiando l’aggettivo locale per un sostantivo più becero, lottano da anni per avere una strada che tagli a metà il capo di Leuca per congiungere la cittadina più meridionale di Puglia a Maglie. Dicono, questi signori, che serve allo sviluppo locale (e sono magari in parte gli stessi che militano a favore della follia di una regione Salento). Dicono che per rilanciare l’economia del capo servono infrastrutture.
Una strada che costa 287 milioni di euro (!) di cui 135 di fondi Fas (ricordate cosa sono?) e 152 della regione per costruire in totale ben 7 chilometri (sic!).

E lottano, questi signori, contro una bella proposta alternativa della Regione Puglia di trasformare l’iniziale e vecchissimo progetto che prevede un ponte di centinaia di metri steso su piloni in calcestruzzo a tagliare le serre salentine, ferendole a morte, in una strada parco che farebbe scorrere l’asfalto tra alberi secolari e dune, senza tagliare alcun arbusto e facendo perdere in totale solo qualche minuto in più a chi, ansioso, cerca di raggiungere la “fine della terra”.

La distanza di posizioni, certificata da una brutta decisione dei tribunali amministrativi, si misura, dunque, in pochi chilometri di differenza. Ma, in cambio, se fosse accettato il progetto regionale, i salentini guadagnerebbero in qualità della vita.

Potrei raccontare la stessa storia parlando della cosiddetta strada dei trulli, progettata dagli amministratori di Cisternino (Br) per tagliare a metà i monti cistranesi e velocizzare non si sa bene quale traffico.

Cosa spinge politici, amministratori e cittadini a scegliere di correre più veloci tagliando alberi e pezzi di identità, piuttosto che la bellezza dell’andar lenti, della tutela del paesaggio e della scoperta?

Queste sono le battaglie di un nuovo umanesimo cui dobbiamo lavorare.

Lo dico da tecnico, se me lo si passa: è ingiustificabile dire che se Lecce si classifica al 4 posto tra le dieci località italiane scelte dai turisti (e ce ne sono ben altre due tra le prime dieci italiane, Viste all’ottavo e Gallipoli al nono posto, fonte: www.trivago.it) uno dei motivi principali è l’aver ospitato uno dei film di maggiore qualità e successo dell’ultima stagione cinematografica italiana (Mine vaganti)? E che se iniziassimo a rendere meno affascinante e unica la nostra terra, registi e autori non si lascerebbero più abbacinare dalle nostre pietre e dalle nostre storie? E la nostra modernità quanto poggia sul riuso sapiente e innovativo della tradizione, sulla forza di una identità che ha saputo proteggersi dall’annessione culturale di un nord che vive il moderno come devastazione del passato senza però saper prefigurare un vero futuro (leggere e rileggere sempre “Il pensiero meridiano” e “Mal di Levante” di Franco Cassano), che per competere nella globalizzazione dei mercati occorre mantenere forte la propria identità per non essere travolti dal pensiero unico che vede nella finanza la vera ricchezza e non – invece –  nella qualità dei manufatti e dei servizi, nei legami tra esseri umani e nel rispetto di ogni forma vivente?


Il giorno di dolore che uno ha.

23 08 10 @ 01:54  silvio.maselli

Uno dice sanità e pensa agli affari, alle cricche, ai concorsi per primario truccati, ad ospedali fatiscenti, al tentativo disperato della buona politica di far funzionare le cose secondo criteri di efficienza e giustizia, alle liste d’attesa, alla politica fellona che si mangia tutto, ai ferri in pancia, ai nosocomi, ai manicomi, alle Asl,  ai consultori, ai ticket, ai direttori generali, ai baroni, ai policlinici, ai donverzè o ai veronesi, alle malattie più assurde, al dolore muto che ci rifiutiamo di ascoltare, alla sofferenza come espiazione di colpe globali, all’infermità da donare al dio in cui ciascuno crede, alle strutture fatiscenti, alle cappelle, ai centri diagnostici, alle analisi del sangue, ai centri di eccellenza.

Io non ho avuto ancora la fortuna di credere nella trascendenza, in un ordine superiore che tutto vede e ascolta e accompagna. Da quando, diciassettenne, scelsi di fare il volontario soccorritore, prima di maturare l’idea che dev’essere la politica a occuparsi degli ultimi e a garantire tutti con l’organizzazione di uno stato sociale universalistico, per qull’età ho visto troppo dolore, ho seguito troppi incidenti, ho perso per sempre amici accompagnandoli sino all’ultimo istante, ho cercato di sorridere a troppi bambini malati; ho accompagnato troppi innocenti sull’altare di un Signore la cui cupidigia di sangue mi pareva ingiustificata e le parole di un parroco buono insignificanti dinanzi al mistero del completamento della vita, che chiamiamo morte. Vita, gioia, dolore, morte sono consustanziali all’essenza stessa dell’umanità perché si possa dare spazio a un’idea razionale, cioè umanistica, di trascendenza.

E tutto, purtroppo, si riduce al dogma del “prendere o lasciare”, credere o non credere. Per questo so di essere solo nel mondo, di camminare sulle spalle dei giganti, sapendo che Dio è dentro di noi, che il senso dell’etica si matura nelle convinzioni sociali, nel confronto con l’altro da sé, che non esiste una legge di natura immodificabile, che ogni valore ha un suo contrario e la costruzione di una società avviene per successive stratificazioni di valori condivisi, per i quali uomini e donne sono disposti a lottare.

L’umanesimo in cui credo delega all’Uomo i diritti e i doveri, che non possono essere mai disaccoppiati o demandati a una fede esterna alla natura degli uomini che son fatti di materia e di bisogni.

Per questo oggi, che mi sento grande e affaticato, sì, affaticato dalle cose della vita, se parlo di sanità mi impongo di parlare di quel che vedo.

In questi ultimi giorni ho visto l’eccellenza nelle persone che la fanno, ciascuno come sa e come può. Ho sentito le parole risolute e dure di chi deve annunciarti cattive notizie e procurarti dolori non marginabili. Ho visto la faccia apprensiva della dottoressa di turno all’accettazione nel pronto soccorso di un piccolo ospedale pugliese, uno di quelli salvati dal nuovo piano sanitario regionale. Ho visto il prodigarsi e il sorriso della chirurgo. Ho visto il lindore dei reparti, l’attenzione premurosa delle infermiere dinanzi alla emergenza. Scoglionate da stipendi miserrimi, ma sempre lì, con la stessa lena di sempre a lottare per fare presto, per dare riparo ai sofferenti, per donare un sorriso ai parenti, per dire ch’è andato tutto bene, che non c’è più da preoccuparsi, che ci si può tornare ad occuparsi delle cose della vita; che la morte è ancora lontana eppure, sempre vicinissima.

Da oggi dirò sanità e penserò agli sguardi di quei professionisti del dramma, che si sono dati la missione dell’eccellenza perché, al di là di ogni patimento, frustrazione, durezza, la sanità vive di chi la fa.

E, ogni volta che dirò Dio, penserò alle migliaia di medici che provano a curare, ai ricercatori che provano a innovare, ai missionari che provano a tamponare, agli insegnanti che provano a migliorare, agli artisti che provano a creare, ai politici che provano a cambiare, agli architetti che provano a inventare, ai lavoratori che provano a campare. Penserò a tutti quelli che provano, cioè, lasciando un segno nel proprio tempo e creando filamenti di solidarietà, certezza di società.


Ermanno Olmi

23 08 10 @ 01:45  silvio.maselli

Ermanno Olmi porta nel cognome il senso della sua vita. Come un albero fiero e tremante, conduce la sua battaglia quotidiana facendo un grande cinema di pensiero e di terra, in attesa del lucore delle cose che verranno.
Sarà un’emozione grande, una di quelle cose per cui benedici sempre il lavoro che hai scelto di fare ancora ragazzo, quando in famiglia ti guardavano strano per la scelta di negarsi alle gioie e alle ricchezze della professione liberale, assisterlo durante le riprese pugliesi del suo nuovo film la cui sceneggiatura annuncia il capolavoro, la summa narrativa, la parola definitiva che riassume una poetica.

Mentre eravamo a cena, per chiudere l’accordo che lo sta portando a girare il suo “Villaggio di cartone” in regione, insistendo nel chiamarlo “Maestro”, Ermanno mi ha fermato e mi ha detto una cosa che voglio imbrigliare qui, dentro questo diario.
Ha detto “ti prego, Silvio, dammi del tu perché se continui a chiamarmi maestro, mi convincerò che non ho più nulla da imparare”.

Adesso, dunque, ho imparato anche questo. Voglio imparare ancora e stare sempre accanto alle persone migliori di me. Grazie Ermanno.


Attori e attrici

06 08 10 @ 10:13  silvio.maselli

Quando siamo nati tre anni fa, cioè quando sono stato scelto e nominato per mettere su la film commission della Puglia, avevo molte idee. La gran parte di queste sono riuscito a realizzarle.
Altre, invece, proprio non le ho mai coltivate, trovando piena condivisione nel Consiglio di Amministrazione.
Una delle cose che non abbiamo mai voluto fare è intermediare gli attori. Ponendoci cioè, in mezzo, tra attori e registi, nel tentativo di condizionare le scelte artistiche di registi e casting director.
Sono tutt’ora convinto che se avessimo fatto quella scelta, avremmo commesso un gravissimo errore strategico.

Non c’è nulla di più prezioso per un regista, infatti, che la scelta degli attori. Insieme alle location e all’impianto narrativo, la scelta del cast artistico è la grande prerogativa dei registi. Per questo motivo spesso i film che registi non pugliesi girano qui da noi,
arrivano in Puglia con il cast dei ruoli principali già fatto. Perché tutti i registi vorrebbero la grande star sui propri film.

E poi c’è una considerazione che riguarda il mercato. Esistono in Puglia diverse società, alcune molto serie e competenti, altre purtroppo meno (e noi vigiliamo su di queste), che si occupano proprio di selezionare talenti per avviarli ai casting delle produzioni.
Non occorre pagare in anticipo queste agenzie per iscriversi nei loro data base. Loro guadagnano dalla mera intermediazione: se l’attore viene scritturato per un film, dovrà loro una percentuale dell’incarico.

In altri casi, invece, queste agenzie lavorano direttamente per conto delle produzioni facendo il casting e sono pagate dalla medesima produzione.

Nell’uno e nell’altro caso attori e attrici dovrebbero comprendere che l’Apulia Film Commission ha previsto una regola nel proprio film fund che impone alle produzioni di assumere almeno il 30% di troupe e/o cast pugliese. E che se avessimo previsto il 30% di cast pugliese avremmo imposto una nostra scelta, diventando da sostenitori e attrattori dei nemici da evitare.

Per cui il mio invito ad attori e attrici è a crederci sino in fondo e, insieme, di comprendere che il loro orizzonte è il mondo, non la sola Puglia, perché hanno scelto un lavoro nomade per definizione. Noi come film commission ce la mettiamo tutta per aiutarli a rimanere a casa costruendo una scena artistica locale, ma non basta. Questo è sicuro.


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