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Due notizie merita un approfondimento.
La Lombardia che (finalmente) vara un fondo di un milione di euro a sostegno delle opere filmiche, purché queste spendano almeno il 50% dell’intero budget del film in regione.
E i 100Autori che correggono la propria posizione sul prelievo di scopo sul biglietto cinematografico, contestatissima scelta del Governo centrale, inizialmente appoggiata dall’associazione degli autori. Posizione oggi rettificata, se ne parla qui:
“L’associazione dei 100Autori, che finora aveva difeso il prelievo di un euro sul biglietto del cinema contenuto nel decreto Milleproroghe, ritratta la propria posizione. Precisano gli autori: “La nostra associazione non ha mai richiesto che venisse imposta al pubblico una tassa sul biglietto d’ingresso in sala. Da sempre sosteniamo la necessità di un prelievo di filiera sui proventi di tutti coloro i quali utilizzano le opere dell’audiovisivo. Per quanto riguarda le sale, la nostra posizione è sempre stata quella di un prelievo percentuale sul costo del biglietto come avviene in Francia. O addirittura l’esenzione per i circuiti più deboli e che si sono sempre dimostrati attenti alla promozione del cinema di qualità italiano ed europeo, come i cinema d’essai”. Tra le proposte dei 100Autori c’è anche una revisione dei meccanismi di finanziamento “per favorire i prodotti di alto interesse culturale ma con potenziali difficoltà di mercato come richiesto dalle direttive europee. Chiediamo che venga messo un tetto (cinque milioni di euro?) ai cosiddetti ristorni, che rischiano di far piazza pulita di tutte le risorse destinate alla produzione. Chiediamo inoltre l’applicazione di un criterio di rigore per l’attribuzione della qualifica di interesse culturale nazionale in modo da escludere i prodotti con fini scopertamente commerciali, a tutto vantaggio dei produttori indipendenti le cui opere, a dispetto di condizioni distributive meno favorevoli rispetto a quelle delle major, siano riuscite a conquistarsi una fetta anche piccola di mercato. Ribadiamo la nostra richiesta di rendere permanenti le misure di tax credit e tax shelter. Chiediamo infine una immediata revisione dei meccanismi che regolano il funzionamento delle commissioni ministeriali responsabili dei finanziamenti alla produzione cinematografica. Ferma restando la nostra volontà di portare avanti un progetto di riforma del sistema audiovisivo che porti alla creazione di un Centro Nazionale dell’Audiovisivo sganciato dal controllo della politica e finanziato dal prelievo di scopo, chiediamo che alle commissioni venga anzitutto conferito un potere decisionale e non più consultivo”.
Bernardo Bertolucci torna dietro la macchina da presa per un film in 3D tratto dall’ultimo piccolo romanzo di Niccolò Ammaniti “Io e te”.
E’ una bella notizia. Anche se il romanzo è certamente il più deludente del mio amato autore romano, perché figlio evidente di un amplesso interrotto.
Spero che il grande regista e autore saprà inventarne il seguito.
Quel che sta accadendo in Libia è orrendo.
E rappresenta la nostra coscienza sporca di opulenti occidentali che si indignano dinanzi all’immigrazione clandestina, ma non si scompongono dinanzi agli oltre trecento morti per mano di Gheddafi, storico amico degli italiani e di certi suoi dirigenti di destra come di sinistra. Il tutto in nome della trinità petrolio, strade, azioni finanziarie.
Odio gli indifferenti.
L’Italia di oggi per me è quella rappresentata ieri, all’inizio del festival di Sanremo.
Sul palco canoro sale Antonella Clerici, la conduttrice dell’anno precedente, un classico passaggio di testimone cui sono assurdamente affezionati gli autori sanremesi.
E che mi combina la rutilante biondona?
Duetta squallidamente con la figlioletta ultra minorenne Maelle, esibendone il corpo impaurito e impacchettato a festa.
Ultimamente pare vada di moda esibire in pubblico corpi e minorenni.
Ma non è questa l’idea di cultura popolare e di spettacolo per la quale anni fa decisi di lavorare in questo settore immaginando così di rendere migliore il (nostro piccolo) mondo.
Il cambiamento (in meglio) del Paese passa necessariamente dal rinnovamento dei quadri che si occupano di televisione.
Altrimenti questo paese lo avremo perso per sempre e, con esso, uno straccio di identità civile dei suoi abitanti.
Per approfondire:
http://www.pasolini.net/TM_5.3uomo.htm
http://www.laterza.it/index.php?option=com_laterza&Itemid=97&task=schedalibro&isbn=9788842094999
Dino Amenduni è un giovane analista e stratega che si occupa di nuovi media per conto di un’agenzia di comunicazione pugliese.
Da qualche tempo scrive un blog sul portale del quotidiano “Il fatto quotidiano”.
Posto questo interessante pezzo sui sondaggi politici italiani di questa ultima settimana.
E penso Dino abbia ragione.
Un conto sono i numeri, altro il racconto che ci viene propalato dagli “apparati ideologici”, altro ancora la sensibilità del paese reale. +
Quello che vivo io, nel sud del Paese, dice di non farcela più a sopportare anni di immobilismo.
Comunque la si pensi e si voti, questo nostro orticello ha bisogno di una bella scossa e di una nuova classe dirigente.
La parola all’analisi dei numeri.
“Sto leggendo i dati di due rilevazioni:
1. Ipsos (Nando Pagnoncelli), realizzato il 7 febbraio e reso pubblico durante il consueto appuntamento settimanale di Ballarò;
2. Demos (Ilvo Diamanti), realizzato tra il 9 e l’11 febbraio e pubblicato ieri da Repubblica;
Sono dati per certi versi incredibili, soprattutto dopo settimane in cui i media (e anche alcuni sondaggi) hanno continuato a ribadire che “il bunga bunga non sposta un voto”. Floris, durante l’ultimo appuntamento con il suo talk show su Rai 3, aveva parlato di un sondaggio particolarmente clamoroso, e non a torto. A quei dati, che sono sempre da interpretare sulla base di un trend temporale e mai sul dato crudo, si aggiunge un’altra rilevazione, anch’essa effettuata sistematicamente dall’istituto Demos, che non si discosta di molto dalle rilevazioni di Ipsos. Questi due sondaggi disegnano una nuova conformazione dell’opinione pubblica italiana. Incrociando i dati, provo a illustrare quali sono le principali interpretazioni che i rilevamenti autorizzano a portare alla vostra attenzione;
- Il Pdl è sotto il 30%. Circa tre italiani su quattro non intendono votare Berlusconi;
- La coalizione di centro-sinistra vince con qualsiasi configurazione e con qualunque candidato leader tra quelli “chiacchierati” in questi mesi. Anche se con differenti sfumature, a due o a tre poli, con Bersani, Casini o Vendola, il centro-destra perde sempre. L’unica eccezione a questa regola, per altro inverosimile, è che il Pd rompa con Vendola e Di Pietro e che questi ultimi vadano da soli, tra l’altro ottenendo un’incredibile risultato elettorale almeno stando alle rilevazioni di Diamanti (28%, solo due punti in meno della somma di Pd + Terzo polo. Vendola supererebbe così il 20%);
- L’ipotesi di “tutti contro Berlusconi”, almeno per ora, porta a una coalizione che veleggia oltre il 50%. L’ipotesi “tattica” dell’alleanza anti-berlusconiana sembra dunque quella più blindata, ovviamente a condizione che si riesca a tenere insieme le forze politiche da Vendola a Fini e al netto di una campagna elettorale che, con questa configurazione, sarebbe molto facile per Berlusconi;
- Nell’ipotesi a due poli, Bersani avrebbe un +10% nei confronti di Berlusconi; Casini addirittura un +12%. A tre poli, Bersani avrebbe un +4% (con Casini candidato al 19%) e Vendola sarebbe avanti di un punto rispetto al premier (con Casini al 21%), un dato che fece indignare Sacconi durante la diretta di Ballarò di martedì;
- L’unico assetto premiante per il Pd è in compagnia di Sel e Idv. Nelle due ipotesi alternative (grande coalizione o in alleanza con il solo terzo polo), il Partito Democratico subirebbe un’emorragia di voti, nel primo caso verso destra, nel secondo verso sinistra. Nella migliore delle ipotesi, facendo la media delle due rilevazioni, il Pd si assesta attorno al 25% e dunque continua a calare con la stessa velocità del Pdl;
- Isoliamo i trend delle forze politiche nell’intervallo temporale compreso tra le politiche 2008 e febbraio 2011, circa tre anni di storia politica italiana. Pdl: – 10%; Pd: -9%; Lega: +3,5%; Udc: +1,5%; Idv: +1,5%; Sel: +5% rispetto alla Sinistra Arcobaleno, somma di Sel + Fds. A questi vanno aggiunte le forze politiche non in lizza nelle ultime politiche: Fli, che vanta un 5% abbondante, e il Movimento 5 Stelle che viaggia intorno al 3%.
- Il primo effetto del calo dei partiti principali è che Pdl + Pd sono intorno al 50%: il bipartitismo all’italiana è dunque definitivamente fallito;
- Il 52% degli italiani pensa che Berlusconi è colpevole e non sarà condannato, il 59% che il premier continuerà a governare. Emerge un atteggiamento quasi arrendista dell’opinione pubblica, parzialmente compensato dal fatto che il 26% degli intervistati si dichiara pronto a manifestare continuativamente contro il Governo (dato Demos);
- La fiducia degli italiani nei confronti di Silvio Berlusconi è al 30,4% (-4,6% in un mese). Sette italiani su dieci non si fidano più del premier. Nel frattempo Tremonti cresce di quasi 8 punti (50,4%, primo posto in assoluto, fatto salvo l’80% abbondante di Napolitano); Vendola di 7% (48,8%, secondo); Casini di quasi 5 punti (40,2%); Bersani di quasi 4 punti (39,2%). Persino Fini cresce di ben 6 punti, posizionandosi al 35,3%. In sintesi, cresce la fiducia in tutta la classe politica italiana (a sorpresa), eccezion fatta per Silvio Berlusconi.
Perché ho messo insieme tutti questi dati? Per una semplice ragione: sono profondamente sorpreso che nessuno, a sinistra o al centro, ne abbia parlato.
1. Nessuno ha detto esplicitamente, dati alla mano, che andando a votare Berlusconi perderebbe. Questo, in verità, si era intuito, ma è sempre bello dirlo ad alta voce, per galvanizzare gli elettori di sinistra e demotivare ulteriormente quelli di centro-destra;
2. Nessuno ha detto che Berlusconi ha perso circa tre milioni di voti in due anni e mezzo e che la storia della legittimazione popolare non regge, dato che tre quarti del Paese non lo votano;
3. Ma soprattutto, nessuno ha detto che la fiducia e il consenso personale di Berlusconi non è mai stato così basso nella storia recente dell’Italia. Nessuno sbatte quel 30% in prima pagina e il premier continuerà a confondere l’elettorato parlando di dati che non esistono, di sostegno popolare senza pari nel mondo occidentale.
So bene che fare la guerra dei sondaggi è poco elegante, ma anche fare la parte dei fessi lo è.”
Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/02/15/i-sondaggi-silenziosi-di-pagnoncelli-e-diamanti/92137/
Mi piace riflettere sui numeri che raccontano il Paese e le sue tendenze culturali e politiche.
Possiedo un bellissimo libro della Zanichelli sui flussi elettorali dal 1848 a oggi che spiega tante cose del Paese. E mi diverto intellettualmente ogni tanto a consultarlo per capire le tendenze e i flussi.
Leggo questo articolo e lo posto qui perché mi sembra molto interessante:
Fonte: http://www.iltempo.it/politica/2011/02/10/1236354-senza_vendola_sinistra_vince.shtml?refresh_ce
Centrosinistra vittorioso alle urne? Si può fare. O meglio così sostiene l’ultimo sondaggio Ipsos realizzato per la puntata di Ballarò in onda martedì 8 febbraio. Infatti, secondo le rilevazioni di Nando Pagnoncelli, se si andasse oggi a elezioni, sia la coalizione di centrosinistra formata da Pd, Idv, Sel e altre liste riconducibili a questa area, sia la grande alleanza “tutti contro Berlusconi”, uscirebbero vittoriose dalle urne. Ma spulciando tra i dati emergono alcuni elementi che meritano di essere approfonditi. Per cominciare è utile paragonare l’indagine Ipsos con quella realizzata il 4 febbraio da Euromedia Research, l’istituto diretto da Alessandra Ghisleri sondaggista di fiducia del premier.
Un sondaggio che consegna al centrodestra la possibile vittoria elettorale. Ad un primo confronto non sembrano esserci discrepanze significative. Per Euromedia la Lega è ferma all’11,6% mentre Ipsos la dà all’11,5%, la Destra oscilla tra l’1,8% della Ghisleri e l’1,1% di Pagnoncelli. Minima anche la differenza sui consensi dell’Udc (6,5% Euromedia, 5,8% Ipsos), dell’Api (0,5% contro 1%), del Pd (25,2% o 25,8%), dell’Idv (6,3% O 6,8%), della Federazione della Sinistra formata da Prc, Pdci e Socialismo 2000 (2,5% o 1,7%). E anche Mpa (0,8% o 0,6%) e i grillini (2% o 2,4%) non hanno differenze sostanziali.
A questo punto la domanda nasce spontanea: ma se i dati sono così simili come è possibile che Ipsos dia la vittoria al centrosinistra e Euromedia al centrodestra? Anzitutto va sottolineato che Pagnoncelli non assegna rappresentanza né all’Adc di Francesco Pionati (per Ghisleri è allo 0,4%) né ai Radicali che in questi anni hanno comunque dimostrato di poter contare su uno zoccolo duro del 2% (1,7% per Euromedia). Ma il vero asso nella manica è un altro. Se il centrosinistra riuscirà a vincere le elezioni anticipate, infatti, sarà tutto merito di Nichi Vendola. Secondo Pagnoncelli, infatti, il governatore della Puglia e il suo partito Sinistra Ecologia e libertà rappresenterebbero il vero ago della bilancia. La differenza è enorme. Per Ghisleri Sel è intorno al 5,5%, per Ipsos al 9,7%. Quattro punti percentuali che, conti alla mano, risultano decisivi. Infatti, tirando le somme, un’alleanza tra Bersani-Di Pietro-Vendola-Ferrero-Diliberto otterrebbe il 44% (41% se si tiene conto di una oscillazio fisiologica) mentre Lega-Pdl-La Destra si fermerebbero al 40,2% (38,7%). E il Terzo Polo? Entrambi gli istituti concordano sul fatto che se il Pd dovesse decidere di allearsi solo con Fli-Udc-Api-Mpa sarebbe condannato ad una cocente sconfitta.
Diverso, invece, lo scenario che contempla la Grande Alleanza, che vincerebbe con uno scarto nettamente più ampio. Anche se al momento appare alquanto improbabile mettere insieme un “Comitato di liberazione nazionale” che vada da Fini a Vendola. Per completezza di informazione va detto che i due istituti si differenziano anche su Pdl (Euromedia lo dà al 30,7% contro 27,6%) e Fli (3,1% contro 5%). Ma questi elettori, inseriti in un bacino di centrodestra, difficilmente potranno decidere di spostarsi verso la sinistra radicale. Insomma Vendola, almeno stando alle rilevazioni di Ipsos, è l’unico in grado riconquistare i “delusi” del centrosinistra. E non è un dato da poco visto che il Pd sta facendo di tutto per respingere l’”opa ostile” di Nichi. Si conferma così la “maledizione democratica”: anche quando i sondaggi lo danno vittorioso, non è mai una buona notizia.
Nicola Imberti
10/02/2011
Stamattina venendo al Cineporto ho ascoltato a tutto volume la versione dei Negramaro della splendida canzone “Meraviglioso” di Domenico Modugno.
Oh, che commozione!
Occorre sempre studiare e aggiornare le proprie concezioni quando si fa il nostro mestiere.
Così in qualità di Responsabile del procedimento ho deciso di affidare anche per il 2011 la valutazione degli impatti del Bif&st all’Agenzia regionale per la tecnologia e l’innovazione (Arti) che, lo scorso anno, aggiornando lo studio sulla filiera della multimedialità ha compiuto un’analoga valutazione sul festival, a corredo del più generale e approfondito studio.
Ecco le conclusioni di policy dello scorso anno che io trovo molto argute:
Questa ricerca si è focalizzata sulle principali caratteristiche della filiera audiovisiva e cinematografica pugliese. L‟obiettivo era infatti quello di delineare i profili di sviluppo di questa filiera, anche tenendo conto delle azioni/interventi posti in essere dalle istituzioni pubbliche – in particolare, dalla Regione Puglia e dalla Apulia Film Commission – a sostegno e governo di tale fondamentale comparto dell‟industria culturale regionale.
Il quadro che emerge dalla ricerca appare, in questo senso, più che positivo. L‟industria cinematografica e audiovisiva pugliese e le diverse realtà che le gravitano attorno (si pensi al ruolo del sistema dei festival) appaiono ormai come una realtà affermata capace di collocare il sistema pugliese in una posizione di preminenza anche a livello nazionale. In questo processo, un ruolo fondamentale è stato giocato da istituzioni come la AFC che sono state capaci, in un quadro strategico di priorità definite, di convogliare significative risorse finanziarie (ma non solo) ai fine di stimolare lo sviluppo di tale comparto. Le risorse dedicate al sostegno di film e documentari, nonché i numeri relativi sia all‟affluenza sia all‟impatto economico del recente Bari International Film&Tv Festival confermano tale affermazione.
Naturalmente, questo non significa che non sia necessario identificare anche sulla base dell‟esperienza passata e di quelle che sono le best practice sia a livello italiano (prima fra tutte l‟esperienza piemontese) che a livello internazionale (in questo senso nel rapporto vengono esaminate alcune tra le più significative esperienze internazionali di film funding) nuove potenziali aree sulle quali intervenire.
Dalla ricerca ne sembrano emergere almeno quattro.
La prima fa riferimento alla governance del sistema. Occorre rafforzare ulteriormente il ruolo della AFC quale attore centrale del sistema in modo tale che questa struttura sia sempre più in grado di offrirsi come soggetto capace di coordinare sia a livello strategico sia a livello operativo l‟attività dei diversi attori del sistema. La razionalizzazione del sistema dei festival pugliesi potrebbe rientrare a pieno titolo nell‟ambito di questa tipologia di iniziative.
La seconda implicazione riguarda il rapporto con i privati. Le politiche pubbliche in questo settore devono infatti muoversi in una direzione che da un lato privilegi la sperimentazione e la ricerca e dall‟altro sappia dare una soluzione sostenibile ai possibili fallimenti del mercato. Ciò significa che laddove vi sia una presenza di iniziative private l‟azione pubblica deve riposizionarsi in una rapporto di forte complementarietà e sinergia con queste iniziative. Quello dei cineporti (strutture pubbliche) e degli studi di registrazione (strutture private) costituisce un esempio lampante di questo tipo di complementarietà/integrazione pubblico-privato. Occorre quindi escludere che le politiche pubbliche „spiazzino‟ l‟iniziativa privata.
La terza implicazione riguarda le ricadute economico-produttive di questi interventi. Le politiche pubbliche in questo settore devono essere sempre più pensate come politiche per lo sviluppo. Questo significa che occorre individuare e implementare quelle politiche che, oltre ad avere una valenza culturale, siano anche in grado di attivare il maggior volume di risorse locali. In questa prospettiva, potrebbe essere utile condizionare alcune delle scelte in tema di politiche culturali alla identificazione di quei „bacini‟ capaci di generare il maggior impatto economico dell‟azione pubblica. In altre parole, si tratta di coniugare i contenuti delle politiche con le loro potenziali ricadute economiche.
Il quarto e ultimo aspetto riguarda lo sviluppo di un sistema di monitoraggio e valutazione dei principali eventi che si realizzano all‟interno della filiera capace di offrire, non soltanto indicazioni circa l‟effettivo impatto socio-economico degli stessi, ma anche utili informazioni da poter utilizzare in sede di definizione, progettazione e implementazione degli interventi/politiche a favore del comparto. La valutazione d‟impatto che è stata condotta da ARTI nel corso del primo Bari International Film&Tv Festival tenutosi a Bari nel gennaio del 2010 rappresenta una prima esperienza, non soltanto da ripetere, ma anche da estendere ad altri eventi del comparto. La possibilità di una migliore identificazione del bacino degli utenti, nonché la valutazione dei punti di forza e di debolezza di un singolo evento rappresentano infatti elementi fondamentali sia per una 91
sua migliore programmazione sia per una più efficace definizione di servizi “accessori” come il sistema di vendita dei biglietti, l‟organizzazione dei trasporti, ecc. Servizi per loro natura richiedono una notevole capacità di coordinamento tra diverse strutture/istituzioni.
In conclusione, il cinema e l‟audiovisivo, come più in generale la cultura, rappresentano – e questo è il principale messaggio di questo lavoro – un‟eccezionale opportunità non soltanto per sviluppare le capacità creative di un territorio, ma anche per imboccare un modello di sviluppo capace di coniugare „buona‟ occupazione, con la tutela e la valorizzazione delle tradizioni e del patrimonio artistico, culturale ed ambientale di un territorio. E questa ci sembra un‟opportunità da non perdere per un sistema territoriale come quello pugliese riccamente dotato di queste risorse.
Oggi mi sento di appartenere a questa bellissima frase di Ezio Mauro che insegna quanto preziosa sia, a volte e sempre più raramente, la lettura delle firme davvero autorevoli sui quotidiani. Mi sento così, perché spesso vedo attorno a me persone il cui alito olezza di potere disgustoso e maleodorante. E l’uso della “carica” è solo un pretesto per farsi i fatti propri e riprendersi nel ruolo, quel che non s’è riusciti a prendere dalla vita.
Fonte: http://www.repubblica.it/politica/2011/02/08/news/ferrara_zagrebelsky-12190587/?ref=HREC1-2
“L’UNICA cosa su cui vale la pena ragionare, nell’attacco furibondo di Giuliano Ferrara a Gustavo Zagrebelsky, dopo la manifestazione di “Libertà e Giustizia” 1 di sabato scorso a Milano, non sono gli insulti - di tipo addirittura fisico, antropologico - e nemmeno la rabbia evidente per il successo di quell’appuntamento pubblico che chiedeva le dimissioni di Berlusconi: piuttosto, è l’ossessione permanente ed ormai eterna della nuova destra nei confronti della cultura azionista, anzi dell’”azionismo torinese”, come si dice da anni con sospetto e con dispetto, quasi la torinesità fosse un’aggravante politica misteriosa, una tara culturale e una malattia ideologica invece di essere semplicemente e per chi lo comprende, come ripeteva Franco Antonicelli, una “condizione condizionante”.
Eppure la storia breve del Partito d’Azione è una storia di fallimenti, che nel sistema politico ha lasciato una traccia ormai indistinguibile. Gli ultimi eredi di quell’avventura, nata prima nella Resistenza e proseguita poi più nelle università e nelle professioni che nella politica, sono ormai molto vecchi, o se ne sono andati, appartati com’erano vissuti, in case piene di libri più che di potere. Ma l’idea dev’essere davvero formidabile se ha attraversato sessant’anni di storia repubblicana diventando il bersaglio dell’intolleranza di tutte le destre che il Paese ha conosciuto, vecchie e nuove, mascherate
e trionfanti, intellettuali e padronali: fino ad oggi, quando si conferma come il fantasma d’elezione, fisso e ossessivo, persino di questa variante tardo-berlusconiana normalmente occupata in faccende ben più impegnative, personali ed urgenti.
È un’ossessione che ritorna, periodicamente: la stessa destra si era già segnalata nel rifiutare pochi anni fa il sigillo civico di Torino ad Alessandro Galante Garrone, uno dei pochi che non aveva mai giurato fedeltà al fascismo, come se questa fosse una colpa nell’Italia berlusconiana. Oppure nel trasformare la lettera di supplica al Duce firmata da Norberto Bobbio in gioventù in un banchetto politico, moralista, soprattutto ideologico: tentando, dopo che il filosofo rifece pubblicamente i conti della sua esistenza (proprio sul “Foglio” di Ferrara) di rovesciarne la figura nel suo contrario, annullando la testimonianza di una vita per quell’errore iniziale, in modo da poter affermare una visione del fascismo come orizzonte condiviso o almeno accettato da tutti, salvo pochi fanatici, una sorta di natura debole italiana, nulla più.
Oggi, Zagrebelsky, e si capisce benissimo perché. Quando la cultura si avvicina alla politica e la arricchisce di valori e di ideali, cerca il nesso tra politica e morale, si rivolge allo spirito pubblico, invita alla prevalenza dell’interesse comune sul particolare, scatta il vero pericolo, in un’Italia che si sta adattando al peggio per disinformazione, per convenienza o per pavidità. Quando ritorna la cifra intellettuale dell’azionismo, che è il tono della democrazia classica, e si avverte che quell’impronta culturale forte, quasi materiale, non si è dissolta con la piccola e velleitaria organizzazione nel ‘47, ecco l’allarme ideologico. Parte l’invettiva contro il “gramsciazionismo” torinese, considerato due volte colpevole perché troppo severo a destra, nel suo antifascismo intransigente, troppo debole a sinistra, nei suoi rapporti con il comunismo.
Anche questa destra è in qualche modo una rivelazione degli italiani agli italiani, con un patto sociale ridotto ai minimi termini e la tolleranza che diventa connivenza, purché la leadership carismatica possa contare su una vibrazione di consenso, assumendo in sé tutto il discorso pubblico, mentre il cittadino è ridotto a spettatore delegante, ma liberato dall’impaccio di regole e leggi. Un’Italia dove il peggio non è poi tanto male, dove si relativizza il fascismo, un’Italia in cui tutti sono uguali nei vizi e devono tacere perché hanno comunque qualcosa da nascondere, mentre le virtù civiche sono fuori corso e insospettiscono perché lo Stato è un estraneo se non un nemico da cui guardarsi, le istituzioni si possono abitare da alieni, guidare con il sentimento dell’abusivo. Un Paese abituato e anche divertito ad ascoltare l’elogio del malandrino, in cui l’avversario viene schernito, il suo tono di voce deriso, il suo accento additato come una macchia, il suo aspetto fisico denunciato come una colpa, o una vergogna. Mentre gli ideali sono abitualmente messi alla berlina, e la delegittimazione diventa una cifra della politica attraverso un giornalismo compiacente di partito: una delegittimazione insieme politica, morale, estetica, camuffata da goliardia quando serve, da avvertimento - nel vero senso della parola - quando è il caso. Fino al punto, come diceva già una volta Moravia, di “vantare come qualità i difetti e le manchevolezze della nazione”.
Bobbio non si spiegava perché nei suoi ultimi anni avesse ricevuto più attacchi che in tutta la sua vita. Ma non era cambiato lui, era cambiata la destra. E per questa nuova destra che cresceva tra reazione di classe e crisi morale, quell’azionismo residuale e tuttavia irriducibile nella sua testimonianza nuda e antica, disarmata, rappresentava il vero ultimo ostacolo per realizzare il cambio di egemonia culturale di quest’epoca, attraverso la destrutturazione del sistema di valori civili su cui si è retta la repubblica per sessant’anni. Un sistema coerente con il patto di cultura politica che sta alla base della Costituzione, con le istituzioni che ne discendono, con quel poco di antifascismo italiano organizzato nella Resistenza che ne rappresenta la fonte di legittimazione, e rende la nostra libertà democratica almeno in parte riconquistata, e non octroyée, concessa dagli alleati.
Un obiettivo tutto politico, anzi ideologico, che doveva per forza attaccare tre punti fermi della cultura repubblicana: l’antifascismo (Vittorio Foa diceva che la Resistenza era la vera “matrice” della repubblica), il Risorgimento, nella lettura di Piero Gobetti, il “civismo”, come lo chiamava Ferruccio Parri, cioè un impegno morale e politico a vincere lo scetticismo e il cinismo nazionale. È chiaro che l’azionismo era il crocevia teorico di questi tre aspetti, soprattutto la variante torinese così intrisa di gobettismo, e che tradisce la presunta neutralità liberale, anzi compie il sacrilegio di coniugare il metodo e i valori liberali con la sinistra italiana, rifiutando l’anticomunismo.
Proprio per questo, gli azionisti sono pericolosi due volte. Perché non portano in sé il peccato originale del comunismo, che contrassegna gran parte della sinistra italiana, e perché non scelgono l’anticomunismo, come dovrebbe fare ogni buon liberale. Anzi, questo liberalismo di sinistra rifiuta l’equidistanza tra fascismo e comunismo, che porta il partito del Premier e i suoi giornali addirittura a proporre la cancellazione della festa della Liberazione, come se il 25 aprile non fosse la data che celebra un accadimento nazionale concreto e storico, la fine della dittatura, ma solo una sovrastruttura simbolica a fini ideologici. Così, Bobbio denuncia come la nuova equidistanza tra antifascismo e anticomunismo finisca spesso ormai per portare ad un’altra equidistanza, “abominevole”: quella tra fascismo e antifascismo.
Ce n’è abbastanza per capire. Debole e lontana, la cultura azionista è ancora il nemico ideologico, se propone un’Italia di minoranza intransigente, laica, insofferente al clericalismo cattolico e comunista, praticante della religione civile che predica una “democrazia di alto stile”. Si capisce che nell’Italia di oggi, dove prevale una politica che quando trova “un Paese gobbo - come diceva Giolitti - gli confeziona un abito da gobbo”, quella cultura sia considerata “miserabile”. Guglielmo Giannini, d’altra parte, sull’”Uomo Qualunque” derideva gli azionisti come “visi pallidi”, Togliatti chiamava Parri “quel fesso”. Ottima compagnia, dunque. Soltanto, converrebbe lasciar perdere Gobetti. Perché a rileggerlo, si scoprirebbe che sembra parlare di oggi quando scrive degli “intona-rumori, della grancassa, di un codazzo di adulatori pacchiani e di servi zelanti che facciano da coro”, che diano “garanzia di continuità nella mistificazione”, “armati gregari” che sostituiscono “la fede assente”, perché “corte e pretoriani furono sempre consolatori e custodi dei regimi improvvisati con arte e difesi contro i pretendenti”.
Ezio Mauro
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